Il world press photo, reuters e il fotogiornalismo

in compagnia di due amici, durante le mie giornate milanesi, sono stato alla galleria sozzani a vedere le immagini vincitrici del world press photo. sapevo già cosa aspettarmi, e non parlo del fatto che le foto siano state condivise e sbattute in ogni dove sui social ed in particolare facebook.

sapevo già cosa aspettarmi perchè mi sembra che non sia cambiato nulla rispetto agli altri anni, nonostante il giro di vite dello stesso comitè dell’organizzazione del prestigioso premio fotogiornalistico.

non è cambiato nulla perchè gli stessi fotografi sono drogati dalla ricerca del bello e del perfezionismo. quel perfezionismo che recentemente ha fatto una vittima illustre quale steve mccurry.

mentre io sposo l’approccio dell’agenzia reuters per la quale ‘reuters picture deve riflettere la realtà. mentre miriamo ad una fotografia con la più alta qualità estetica, il nostro scopo non è quello di interpretare artisticamente le news‘ vedo che sono molti i fotografi che ancora non riescono a liberarsi di un approccio eccessivamente concentrato sulla perfezione stilistica, finendo con l’edulcorare e adulterare quella che era la primeva immagine.

vorrei invitare ad una riflessione: siamo sicuri che questa estetica e ricerca del perfezionismo sia positiva per il fotogiornalismo? non sto parlando assolutamente di ricerca assoluta della verità. garry winogrand diceva che ‘una volta che decidi di mettere quattro bordi attorno a dei fatti, cambi quei fatti.’ ma credo sia indubbio e sotto gli occhi di tutti un ricorso smodato a spettacolarizzare la fotografia e la notizia. 

per quanto riguarda i contenuti il world press photo conferma molte delle tematiche già trattate, con ancora molto ricorso al sangue come impalcatura di certi reportages. il cruento vende, credo sia un fatto innegabile. e con questo articolo non è mia intenzione fare del moralismo. viviamo in un mondo violento e quindi il world press photo non può non mostrare fatti che avvengono nel mondo, ogni giorno. ma anche per questo forse so già cosa aspettarmi ad ogni nuovo world press photo. conosco alcuni colleghi che partecipano (e qualcuno ha anche vinto) al wpp ogni anno, e mi dicono sia necessario fare un editing e una post produzione specifica per mettere le foto a concorso. l’esasperazione e la drammatizzazione visuale fanno parte del gioco. altrimenti, mi pare chiaro, non si vince.

ho visto le immagini avvicinandomi spesso alle stampe per poter valutare meglio il livello di ritocco. devo dire che, purtroppo, nella maggior parte dei casi, vedo ancora tanta, troppa post produzione. credo anche che il ricorso al clarity slider, quel magico tool presente in lightroom, sia molto diffuso. così come diffuse sono le schiarite zonali all’interno della fotografia.

uno dei miei amici fotografi, alessandro rizzitano,  ha definito le foto presenti alla mostra ‘così belle da sembrare finte’ e forse il punto è proprio qui. d’accordo, parliamo in ogni caso di foto vincitrici di un premio, però mi chiedo, e vi chiedo, se la deriva nell’approccio artistico o artistoide sia propria della fotografia documentaria. io credo piuttosto che come walker evans disse uno possa inconsapevolmente dare all’arte qualcosa attraverso la fotografia documentaria, ma i fotografi documentari dovrebbero differenziarsi dall’idea del ‘sto facendo arte’.

susan sontag scrisse ‘una fotografia falsa (cioè una fotografia ritoccata o manomessa, o accompagnata da una falsa didascalia) falsifica la realtà‘ ma credo che la colpa non sia da imputare molto al world press photo, che comunque si sta impegnando molto su questo fronte e ha squalificato moltissime foto arrivando ad utilizzare anche un tool per riuscire a trovare manipolazioni, quanto piuttosto ai fotografi che partecipano che non riescono a convivere con un’immagine così com’è, grezza ma fedele, genuina.

forse il world press photo dovrebbe iniziare a valutare l’idea di creare un sistema di valutazione diverso, evitando di raccogliere iscrizioni per il premio e dando maggior peso ‘istituzionale’ andando a cercare nel mondo in agenzie, siti web e altro, coloro che stanno realizzando efficace ed importante lavoro giornalistico attraverso la fotografia. forse, solo così, si potrebbe iniziare a fare la rivoluzione dell’estetica e dell’approccio della fotografia documentaria.

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