l’importanza di stampare le fotografie

sarà banale. sarà, perfino, ormai scontato. perchè ho sentito enunciarlo da molti. Anche se, credo, molti non stampano quasi più le fotografie.

non prendiamoci in giro: l’avvento del digitale ha modificato il modo di relazionarsi alla fotografia. e se non sono certo tra coloro che fanno del moralismo contro la democraticizzazione della fotografia e non sono neanche tra coloro che rivendicano la superiorità della fotografia chimica, certamente non nego che la cultura di tenere una foto in mano non è consueta nel fotografo di oggi.

l’assurdo è che sentiamo costantemente parlare di foto fatte, foto da fare, ‘gli ho fatto una foto’ o più frequentemente ‘mi sono fatto una foto’ come selfie comanda, insomma siamo sommersi di fotoeppure viviamo in un’era di scarsa cultura visuale. Sebbene lo fosse anche ai tempi della pellicola è evidente che prima anche coloro che compravano un rullino per la festa di compleanno si rapportavano al mezzo fotografico in una maniera completamente diversa. si facevano foto per poi vederle stampate. e possederle davvero. perchè una foto esiste solo quando è stampata.

te ne accorgi quando stampi anche una foto proveniente da un file. perchè un conto è vedere una foto riprodotta su uno schermo retroilluminato e altra cosa è vederla stampata. questo lo comprendi, lo puoi comprendere, solo stampando le foto. quando lo fai, questo cambia il tuo modo di pensare la fotografia. io posso riconoscere chi sta facendo foto avendo un’esperienza con la pellicola, proveniendo da o avendola provata, e anche chi comunque fa fotografia stampando le sue foto. cambia l’approccio. perchè avendo il senso di cosa sia una foto stampata certe puttanate con il computer non le fai. o almeno, non esageri con le puttanate. e magari eviti di stamparle.

la fotografia è divenuta altro, un fenomeno sociale di moda e di intrattenimento. a volte patologico. mi faccio il selfie quindi esisto. ho visto una ragazza farsi un selfie appena chiuso il portone di casa dietro le sue spalle. ho visto fare lo stesso a dei ragazzi appena usciti da un supermercato (!). resta la comunicazione, si svilisce l’utilità sociale di memoria e documento. la fotografia diviene forma di condivisione immediata o quasi. non si pensa alla fotografia, in realtà. lo strabordare di foto a sè stessi nei cessi, non aggiungono nulla alla vera fotografia ma vanno a riempire un oceano di immagini da social network, in una omogeneità di situazioni fotografiche senz’anima, nel flusso ininterrotto della puttanate da web. il selfie da voce a tutti, democratico eppure banalmente random, o per dirla con Vittorio Sgarbi ‘il selfie è la foto di un coglione che si commemora con te pensando di esistere.’ e infatti niente cambia se sei alla fine di una trasmissione televisiva o di un dibattito politico, piuttosto che ad una cena con amici. il selfie ci sta. ci deve stare. altrimenti se non lo fai e non lo pubblichi su facebook quell’evento non c’è mai stato. ma scusate, ma una prova non era la stampa della fotografia prima? certamente. ma la stampa presuppone comunque una certa qualità e raison d’être.

ora, questa non è nemmeno una guerra al selfie. perchè ci sono selfies e selfies. dipende sempre da chi è a farlo. e ho visto selfies fatti da fotografi che sono altra cosa. anche se qualcuno parla di quelle foto come autoritratti io non sono d’accordo. il selfie finisce dove finiscono le tue mani. quindi per me è selfie anche una foto fatta con fotocamera di fronte ad uno specchio. e quindi io non metterei sullo stesso piano un selfie di lee friedlander o quelli di vivian maier con la massa random. perchè le loro erano e restano foto. da stampare.

 

 

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3 Comments

  1. Facciamo un distinguo.
    Ci sono le fotografie, che invadono la rete e ci vengono dalla stessa vomitate addosso senza darci possibilità di scampo, senza discernere cacca da cioccolato. A questa categoria appartengono per esempio i selfie, attenzione; ho detto i selfie non gli autoritratti che invece sono una cosa ben diversa.
    Poi c’è la fotografia, che invece è una cosa ben precisa e ben diversa. La traduzione, attraverso un linguaggio, di un pensiero, di una visione, di un “essere”. Chi fa fotografia ritrae sempre se stesso attraverso la sua visione di quello che fotografa. Che esso sia un gattino, Sharon Stone o una parco a Città del Messico.
    Le fotografie oggi le fanno tutti, come dici tu, fuori dal ristorante o sulla tazza del cesso. Complice la tecnologia, ma non più di tanto.
    La fotografia invece no, quella la fa chi sceglie le fotografie come il suo linguaggio e il suo canale di comunicazione.
    Le fotografie non valgono niente, neanche per chi le fa. La Fotografia invece ha un valore immenso, la Fotografia è importante, perchè è importante ogni autore; ogni uomo, donna o bambino abbia qualcosa da dire. Se non c’è niente da dire la Fotografia non esiste.

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    1. Andrea, ti ringrazio per questo tuo commento, il primo per questo nuovo blog. Condivido il senso del tuo discorso. Certamente non tutto merita essere stampato. Ma la pratica di stampare educa anche l’occhio. Credo che molta, pesante, post produzione alle foto sia anche derivativa di vedere le immagini solo attraverso uno schermo retroilluminato. Quando stampi, quando sei abituato a farlo o farlo fare, entrano in campo altri fattori che giocoforza ti faranno cambiare l’approccio e le tue valutazioni su come debba essere una fotografia. Anzi, Fotografia, come giustamente distingui tu.

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