io, su fotoreportando (parte 2)

la foto di alcune ragazze che correvano con i loro ombrelli attorno ad una fontana. una foto in bianchennero, granulosa, magicamente grigia per la bruma…quella è la fotografia che ho sempre voluto, cercato, desiderato. quella foto stava dentro il fascicolo del corso di fotografia della kodak. quell’immagine di cui disconosco l’autore ho tentato più volte di trovarla su internet, senza successo. probabile che l’autore non fosse neanche uno dei maestri. magari era solo uno dei fotografi che hanno contribuito a quel corso de agostini/kodak, eppure quella è la fotografia per me. altro che le insulse che vediamo ogni giorno oggi, che qualcuno pensa che fotografare gente che fotografa sia fotografia. era, ed è tutt’ora per me, invece, quell’immagine il più vivido sentore di cosa sia fotografia: imperfetta eppure, o forse, proprio per questo, bellissima.

ma poi, venne un tempo in cui l’abbandonai, la fotografia. fu un tempo molto lungo in cui riversai tutto me stesso nella scrittura, mio primevo amore e passione mai sopita. erano gli anni ribelli, quelli della musica rock e metal, gli anni in cui non spendevo i miei soldi in rullini, ma in vinili e concerti. anni in cui le ragazze presero il sopravvento sui miei interessi. tanti studi diversi fatti. tante anime professionali diverse. tante vite diverse. artigiano del cuoio. pizzaiolo. poi l’informatica, che mi permise entrare in avvocatura generale dello stato. la scrittura mi accompagnava. poesie. racconti. romanzi. ma come scrissi anche in una delle mie spore (piccoli corpi poetici che scrivevo) la poesia cos’è, se non un’ammissione di solitudine? per fare poesia devi avere a disposizione tempo con te stesso, e la mia vita era cambiata, quel tempo non c’era più. una vita più regolare non si conciliava con quella del poeta…e la fotografia di colpo riapparve.

compresi che avere una fotocamera con me poteva aiutarmi a creare storie senza bisogno di isolarmi. senza bisogno del crepuscolo. comprai la prima digitale nel 2006. era una nuova dimensione. il digitale, un altro mondo. certamente,  meno romantico. eppure, riprovavo quella sensazione salvifica nel tenere, di nuovo, una fotocamera tra le mani. la macchina fotografica poteva essere la penna per continuare a scrivere le mie storie. eh si, che fotografavo a colori, ma preferivo ancora il bianchennero.

a scanso di equivoci. io considero il colore qualcosa inevitabile per taluni compiti e talune foto. ma poi, il bianchennero è ancora, per me, il miglior vestito che la fotografia possa indossare. infatti, il bianchennero è fotografia. sono italiano. aggiungeteci questo. amante del cinema neorealista, dei film di monicelli. e anche del noir americano. vediamo a colori, ma io vedo in bianchennero la maggior parte del tempo quando tengo una fotocamera in mano. con il bianchennero ci si immerge nella storia, molto più che con il colore. il contenuto viene fuori, naturale, senza forzature, senza inibizioni.

io ne faccio anche una questione di gusto e di stile. a me piace proprio tanto di più. il bianchennero.

 

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