il dubbio

la recente scoperta che mccurry ha pesantemente ritoccato (o fatto ritoccare) molte delle sue immagini non dovrebbe essere presa alla leggera o come un gossip da discussione su facebook.

giphy

mi ero ripromesso di non tornare sull’argomento, ma poi mi sono detto che vale la pena se si ha a cuore la sorte del fotogiornalismo. perchè di fotogiornalismo si tratta. non importa se in una patetica arrampicata sugli specchi il mccurry giustifichi tutte le azioni compiute in virtù di un chiamarsi fuori dalla fotografia documentaristica per definirsi storyteller. Storyteller, ovvero narratore visuale, è colui che riesce attraverso la propria fotocamera a raccontare documentando. non significa ricreare una realtà mai esistita come lui e i suoi collaboratori hanno fatto e continueranno a fare.

lui è dentro l’agenzia magnum. lui ha avuto pacchi di copertine su national geographic. mentre, come abbiamo potuto vedere, l’unico vero pacco era quello che rifilava a noi e al fotogiornalismo mondiale. dopo mccurry ora è giusto dubitare. di tutto e di tutti. quanti altri ‘maestri’ della fotografia ci stanno fregando?

io, nel mio primo post sul blog alexcoghe.com/blog ci ero andato giù pesante: non mi è mai piaciuto mccurry, quindi non si è trattato di un j’accuse come tanti, dell’ultim’ora. come teju cole ho sempre pensato alla fotografia di mccurry come a qualcosa di estremamente noiosa e recante un’estetica colonialista, fastidiosamente didascalica. una fotografia che non si muove e non mi smuove, di quelle che piacciono tanto a certi professori di fotografia dell’accademia dell’arte…ecco, io, mccurry non l’ho mai sopportato. neanche il famoso ritratto della ragazza afghana mi diceva molto, figurarsi il resto…questo non vuol dire dire che io odi mccurry, ma lo ritengo, suo malgrado e senza responsabilità (rispetto a quelle pesanti dei media che lo hanno pompato e lo pompano) eccetto di proporre e aver proposto quel tipo di estetica e approccio che ha rovinato molto del fotogiornalismo a livello mondiale, finendo col creare un’omogeneizzazione delle proposte, con l’estetica alla national geographic…

oggi, per fortuna, qualcuno ha iniziato ad aprire gli occhi. e a non credere più molto a quello che ci viene propinato come il meglio della fotografia mondiale. oggi, vedo, ci sono pesanti responsabilità da parte dei media, da parte dell’agenzia magnum e del suo mestro trincerarsi in un silenzio complice, anzichè condannare. oggi c’è national geographic che ammette l’edulcorazione, l’adulterazione, l’imbellimento, la paraculata. oggi abbiamo media che si dicono proporre documentaria che, di fatto, non fanno documentaria ma invenzione della realtà come la foto di questo post mostra. poi, magari, si critica la reuters, a mio avviso, una delle poche che tenta di combattere l’avanzata della plastica photoshoppata pure dentro al fotogiornalismo…

oggi abbiamo fotoforensics, fatevi un giretto, leggete il tutorial. provate a caricare foto vostre, dei vostri amici, caricate foto di quelli che si fanno belli su internet, coloro che modificano la street photography e il reportage, scoprite chi sta giocando pulito e chi sporco.

c’è qualcosa di estremamente importante da fare dopo la scoperta del ‘mccurry tutto un fake’, non lasciar passare come un caso isolato quanto scoperto dal buon paolo viglione e diffuso poi da petapixel . smettiamo di credere a quelli che postano gambe che penzolano dal cielo, probabile che siano artefatte, per raggiungere fama e gloria. almeno fino al giorno in cui qualcuno non ti scopre. almeno fino al giorno in cui arriva…il dubbio.

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