lo storytelling e l’arte del presumere

questo pezzo è stato scritto e pubblicato originariamente sulla mia pagina facebook, ed è la ragione per cui trovate anche le maiuscole, non utilizzate in questo blog. lo voglio riproporre qui per i lettori di fotoreportando. il blog sta andando bene, giudicando dalle statistiche e dalle tante condivisioni sul web degli articoli qui presenti e questo mi stimola a creare ancora di più un ponte tra me e i miei lettori. propongo questo articolo dopo che ‘il dubbio’ ha trovato molti consensi ed interesse sul web. propongo questo articolo per aggiungere un altro tassello al mosaico, a difesa del fotogiornalismo, della dentologia professionale e dell’etica della fotografia documentaria.

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L’ultima baggianata che abbiamo letto è provare a difendere l’indifendibile su una fotografia maldestramente post prodotta al punto di essere scoperti e auto definire storytelling il genere fotografico che si farebbe…
C’è una evidente contraddizione se quello che stai presentando è comunque qualcosa che può essere assimilato alla fotografia documentaria, ma siccome sei un pignolo e vuoi tutto perfetto, perchè pensi che sei un artista e un artista può fare tutto a cominciare dall’inventarsi cose a scapito della realtà, dai perfino le tue foto ad un team di ritoccatori fotografici e permetti loro, volendo o no non è questo il punto, di fare scempi a colpi di timbro clone. Poco importa se si tratta di un dettaglio, solo un piccolo dettaglio, dentro una foto.
E neanche importa se sia stato utilizzato photomerge, photoshop o photodash…
Il re del clichè, il re della fotografia colonialista appare anche fin troppo patetico nei suoi tentativi. E con lui appaiono ridicoli tutti i suoi difensori. C’è da capirli, in fondo. Perchè loro fanno lo stesso, e anche peggio…
Ora, questa cosa di voler difendere errori ci sta, ma dovresti essere leggermente più credibile. Se tu dici che la responsabilità è totalmente tua allora perchè licenzi il tuo retoucher? Ma la domanda vera è: perchè hai un retoucher? Non hai più tempo di lavorare le tue foto? Sei talmente importante che hai un team che ti sistema la tua fotografia? Ma allora, non sei un fotografo…minimo, sei un fotografo a metà.
McCurry non è un fotogiornalista, ci dicono…OK…allora perchè dovremmo tenerlo alla mente nei vari world press photo o ogni volta che si parla di fotogiornalismo e fotoreporters? Lui dice che fa storytelling e non più documentaria…benissimo…ma che vuol dire storytelling? Io sapevo che storytelling in fotografia significasse saper raccontare storie attraverso immagini…ora, se per farlo non riesci con la fotocamera, se hai bisogno di togliere e aggiungere pezzi con photojoke per raccontare la tua storia, allora non sei un fotografo… forse sei solo un inventore, un propositore di storie che nulla hanno a che fare con la realtà. E, siccome, io non credo affatto ad un caso isolato, penso che la realtà di fronte a questo caso sia anche peggio di questa. E che quello che non abbiamo scoperto, quello che non sappiamo sia anche ben più falso di quel palo che spunta da un piede…
Io comprendo benissimo che certi personaggi siano pompati dai media che hanno bisogno di certe figure per riempire articoletti di gente che nulla ha a che fare con la fotografia. Comprendo che qualcuno distolga l’attenzione dal fatto che McCurry pretenda di fare arte (o storytelling come preferisce) con certa estetica di fotografia documentaristica e che quindi dovrebbe essere più attento e rispettoso anche solo dei termini da utilizzare. Dopo la difesa penosa di McCurry molti saranno i quali si nasconderanno dietro la bandiera dello storytelling per giustificare certi aborti creati con photomonkey.
Io nei miei interventi ho sottolineato il fatto che più che certi errori da principiante dell’artificio digitale io vedo e ho sempre visto in McCurry, a parte la prima parte della sua carriera, una pochezza contenutistica con un tedioso ricorso al clichè tipico del fotografo ricco che va in India a documentare la povertà e i santoni indù…
McCurry piace a molti perchè rassicurante, di un mondo che vogliamo (vogliono) sia così. Quanti cloni della foto della ragazza afghana con gli occhioni grandi abbiamo visto dopo il sucesso di quella fotografia considerata da molti la foto icona del XX secolo? E rassicura moltissimi fotografi, gli aficionados, che credono che fotografare da lontano soggetti ripresi di profilo e per i colori fighi di un’immagine già abbiamo uno scatto che valga qualcosa. Rassicura quei fotografi dai bassi ISO e dalle grandi DSLR che hanno capito tutto della fotografia, che per migliorare bisogna comprare una nuova lente…
Sarcasmo a parte, ci resta l’amaro in bocca di continuare a vedere certi personaggi essere ancora difesi in virtù di ben poco se non quello di essere continuamente strombazzati e celebrati dai media.
L’arte di presumere ha battuto la fotografia. Ancora una volta.

 

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