la composizione crea il linguaggio

penso che la composizione in fotografia sia molto simile al ritmo in musica. se si dispone di grande ritmo si ha anche un grande senso della composizione. la composizione è un’eredità classica. cioè, come le cose si collocano nell’ambiente, il loro posto e la loro grandezza, le relazioni tra gli oggetti e le persone, tra il fotografo e il suo soggetto, questi sono tutti elementi di un sentire classico. rodney smith

credo che parlare di linguaggio in fotografia abbia un senso nella misura in cui accettiamo che la composizione e lo stile, chiamatelo occhio fotografico, intervengano in maniera evidente. una foto funziona quando accetta determinate regole visuali comunemente accettate. o può anche evadere dalle stesse, ma sempre attraverso un’attinenza, una familiarità con suddette regole. se l’approccio veridico della fotografia risulta inevitabile, può anche essere parzialmente evaso attraverso la manipolazione.

il paradosso è evidente. infatti, ogni fotografia, incluse quelle più ‘false’ e manipolate contengono valori documentali. se accettiamo che la fotografia sia un documento che descrive l’esperienza del fotografo, comprendiamo che ogni fotografia sia documento.  Pertanto anche quelle immagini completamente reinventate in camera scura o attraverso softwares di editing più o meno complessi.  se da una parte però c’è l’approccio documentaristico che ci dice ‘si considerano fotografie documentaristiche quelle in cui gli eventi davanti alla lente, e successivamente in fase di stampa, siano stati alterati il meno possibile, in relazione a quello che sarebbero stati anche se il fotografo non sarebbe stato lì a documentare. è questo l’approccio straight, ovvero della fotografia diretta, quello che rivendichiamo essere o, meglio, che dovrebbe essere nel caso della fotografia documentaristica, intesa come approccio e finalità fotografica.

la fotografia documentaristica, comprendiamo, è una ferrea disciplina che necessariamente tiene conto di una deontologia e una etica. l’estetica della fotografia documentaristica dovrebbe essere permeata di questo sentore fino a divenirne non solo un’attitudine del fotografo, ma vero e proprio linguaggio.

chiariamo una cosa: la verità in fotografia non esiste, se intendiamo la verità assoluta e priva di soggettività. garry winogrand ha espresso molto bene questo nella sua frase ‘quando metti quattro bordi attorno a dei fatti, cambi quei fatti e infatti da qui possiamo desumere come tutte le fotografie siano manipolate. inquadrare è già una manipolazione, seguendo il pensiero del pioniere della street photography. ma comprendiamo anche come mettere a fuoco, decidendo cosa, aprire o chiudere il diaframma, scegliere un diverso tempo di esposizione, fino alla scelta di quando premere il pulsante dell’otturatore, fanno parte della manipolazione. l’intervento dunque di queste scelte implica una manipolazione come, del resto, ogni azione umana. e tale manipolazione si identifica nel risultato finale, in quella scelta che è la composizione, il linguaggio del fotografo. quello che attraverso le sue scelte e la sua manipolazione vuole comunicare.

quello a cui possiamo aspirare e ricercare come fotografi documentaristi è la verosomiglianza. comprendiamo anche come il termine verosomiglianza sia più tangibile e onesto per tutta la fotografia.

la fotografia documentaristica aspira a documentare una fetta di reale. ed è quello per cui, come ho scritto di recente, i fotografi di reportage devono battersi. per una documentazione etica e che tenga conto di una deontologia che si dovrebbe accettare nel momento in cui sposi la fotografia come documento e non come arte.

beh, oggi vi lascio con qualche foto mia, dal momento che in questo blog non ne pubblico molte. realizzate durante il mio recente viaggio in italia, riprendono un tema a me caro, quello di un certo minimalismo applicato alla fotografia di paesaggio urbana.

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