attitudine documentaristica

ormai lo avrete capito. con questo blog mi piace sostenere un’idea e un approccio puro alla fotografia di reportage. lo faccio disincantato, certo che molta fotografia documentaristica oggi sia oggi, purtroppo, piena di ‘steroidi’.

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dal mio progetto ‘trails of faith’ -2012

che tu sia steve mccurry o pincopalla, non importa. la fotografia documentaristica dovrebbe avere un approccio diretto, quello che gli anglofoni spiegano bene con il termine ‘straight photography’.  io non sto qui a discutere l’esistenza dei retouchers, semplicemente perchè l’idea che un fotografo documentario si affidi a dei retouchers è già ridicola in partenza. i ritoccatori alle immagini possono avere una loro giustificazione (forse) con la fotografia di moda, con la fotografia di prodotti, certamente.

la fotografia documentaria ha come finalità quella di raccontare momenti della realtà, al fine di veicolare un messaggio su quello che accade nel mondo. attraverso questa definizione possiamo intuire come la fotografia documentaria, nata agli albori della storia della fotografia, con un eccezionale ‘ritratto’ del boulevard du temple, sia qualcosa inevitabilmente legata ad un approccio diretto alla fotografia, quello che successivamente riconoscerremo con la definizione di fotografia diretta, in contrapposizione ai pittorialisti.

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una lastra di rame ricoperta da uno strato d’argento su cui venivano fissate le immagini attraverso lunghi procedimenti chimici, così si realizzò la prima fotografia documentaristica. i due uomini rimasero circa 10 minuti nella stessa posizione per questo si possono vedere nello scatto.

la fotografia documentaristica comprende:

  • fotogiornalismo, che si concentra su eventi del momento, le cosidette ‘breaking news’ e quindi l’invio delle immagini a giornali ed agenzie è quasi immediato;
  • ‘social documentary’, i fotografi si dedicano a documentare un tema importante a livello sociale presentandolo generalmente attraverso una storia creata da un’attenta selezione delle immagini realizzate;
  • ‘street photography’ che si concentra su un momento interessante, curioso, della vita di tutti i giorni, generalmente, in luoghi pubblici, proponendo una storia o un messaggio attraverso una fotografia;

è chiaro che la parte rilevante e fondamentale di tutte le ‘branche’ della fotografia documentaristica sia il contenuto e la storia, con particolare attenzione e riferimento all’uomo e alla società. l’approccio è dunque, generalmente, diretto e si concentra sulla realtà, anche se nel caso della street photography si gioca spesso con la realtà e quindi presenta un approccio e un’estetica sensibilmente diversi dal fotogiornalismo e dalla fotografia documentaristica sociale.

è interessante analizzare anche gli obiettivi dei tre generi documentaristici per comprendere meglio l’approccio che segue o prova a perseguire quello della fotografia straight o diretta. il fotogiornalismo e il social documentary sono destinati ad agenzie e testate giornalistiche. si orientano, pertanto, a raccontare la realtà di determinati eventi e situazioni, sia pur con la consapevolezza che la realtà sarà sempre e solo una porzione della stessa, influenzata dalla soggettività del medium fotografico.

la ‘street photography’ rappresenta un’eccezione nella fotografia documentaristica perchè, tenendo conto dei diversi approcci e modi di vedere e vivere questo tipo di fotografia, comunque spesso si gioca con la realtà, arrivando ad associare due elementi nella realtà non connessi in assoluto, o ricreando una nuova realtà, grazie al pensiero laterale e offrendo pertanto un nuovo significato alla realtà oggettiva.

sebbene molti street photographers vivano la fotografia con un approccio più legato a qualcosa di artistico e quindi, quasi, esonerandoli da certi atteggiamenti e permettendo di assencondare maggiormente la propria visione, raccontando spesso più loro stessi e la loro esperienza in strada, piuttosto che sentirsi subordinati a raccontare un fatto così com’è, ritengo importante sostenere la necessità di un ritorno ad un approccio più reale e diretto alla fotografia di strada. detto che, ognuno faccia quel che vuole e che non siamo qui a imporre regole, urge dire che certa street photography di oggi, complice il digitale e quello che permette attraverso i programmi di fotoritocco, e anche una certa propensione di molti a fare bella figura su un social network, assistiamo ad un impastricciamento della realtà di cui faccio anche mea culpa. per un tempo sono stato eccessivamente coinvolto a contrastare molto le mie immagini, portandole a qualcosa di poco veritiero in alcuni casi. è questa una tendenza che si è diffusa eccessivamente, ma ancora entra in un discorso di preferenza estetica, discutibile quanto vogliamo ma ancora perfettamente dentro qualcosa di accettabile.

quello che vorrei, invece, mettere in discussione è l’irrealtà di certe immagini che hanno invaso, oggi, la fotografia di strada, e mi riferisco a quei neri serrati, e gente che emerge da ombre irreali. lasciamo perdere il fatto che l’effetto wow è spesso assicurato ma che fondamentalmente si tratti di fotografia abbastanza noiosa e sempre uguale a sè stessa. io discuto sostanzialmente quanto di reale e credibile ci sia in foto del genere, realizzate in pieno giorno. e quanto stiano raccontando della nostra società o piuttosto puntino soltanto alla situazione luce. ora, non sono un sprovveduto: in passato anche io ho fatto questo tipo di foto ed in particolare le ho proposte nel progetto ‘light & shadows’. nonostante quel progetto mi portò particolare fortuna e molti clienti vennero a me facendo riferimento a quel lavoro, decisi ad un certo punto di toglierlo dal mio sito web per non avere qualcosa che era divenuta, nel frattempo, di moda. so anche che sottoesponendo e con il sole alle spalle si possano ottenere quell’effetto nero come pece molto facilmente. ma il sospetto è che qualcuno oltre ad abbassare le ombre e i neri e alzare le luci stia anche dandoci sotto di pennellate in post produzione. e qui non vedo dunque molte differenze con i pali di steve mccurry. penso a questo e mi dico che non troverei niente di interessante nel fare questo tipo di operazioni con lightroom. e voi… lo trovate divertente?

 

 

 

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2 Comments

  1. A volte capita in realtà che si veda un particolare attimo una particolare situazione che viene ben raccontata attraverso l’utilizzo di una certa tecnica fotografica, ovvero quella di esporre per le alte luci. Quindi capisco che in un certo senso uno possa anche scegliere di usare questa tecnica perchè meglio risponde a quello che si vuole dire. Quello che capisco meno è l’ottenerlo in post produzione, magari addirittura con delle pennellate. Credo che in fotografia ognuno di noi possa fare quello che sente, però è chiaro che in certi casi non si tratta più di fotografia che documenta, ma si parla di altro, forse di qualcosa che si avvicina di più al processo creativo artistico. Se parliamo di fotografia documentale certe cose anche secondo me suonano malaccio, un po’ come un chiwawa che abbaia mentre Uto Ughi fa un assolo. Credo che un buon fotografo documentarista non abbia bisogno di certi trucchetti; se arriva a usarli secondo me, a quel punto, sta facendo altro.

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    1. perfettamente d’accordo con te, andrea. andando oltre le licenze poetiche e ogni irrobustimento da post produzione è proprio l’idea che l’ennesimo soggetto o particolare che emerge dal nero pece aggiunga qualcosa al già detto. sinceramente, dopo un progettino neanche tanto particolarmente ambizioso come quello realizzato con ‘behind shadows and lights’ e che, come detto, decisi successivamente di rimuovere dal portfolio sul mio sito ufficiale, io mi stuferei a proporre sempre la stessa identica cosa. mi rendo conto che non per tutti sia così e che qualcuno possa riproporre ad libitum una formula. lo posso anche rispettare, ma io mi volto e guardo altro.

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