il fotogiornalismo e i suoi confini

abbiamo già parlato dell’approccio etico, ma anche estetico al fotogiornalismo. ho già rivelato di non essere un amante nè di salgado nè di mccurry. loro, ci informano, fanno storytelling e si prendono, da soli, la licenza di reinventare fatti.

non siamo ingenui. sappiamo benissimo che la verità in fotografia è sempre fallace. al limite possiamo raggiungere la verità del fotografo. ma la fotografia resta comunque un documento. e nel caso specifico della fotografia documentaristica che è quella che ci sta a cuore, quella per cui ho deciso di dedicarvi un blog, ci dovrebbero essere degli obblighi di ordine etico.

ormai lo avrete capito: non sono un amante della spettacolarizzazione delle immagini. raramente (direi mai ma non voglio risultare il solito estremista) mi piace una foto bella solo perchè piacevole allo sguardo: se non fosse così potrei anche farmi gustare quelle foto di paesaggio con i cieli porpora e il mare blu che più blu non se ne può con le rocce traslucide in primo piano. e invece no, accidenti a me perchè io voglio foto che abbiano un vero contenuto, una storia…questo complica tutto, e, dunque,  la percezione di quello che mi interessa in fotografia ne è assolutamente influenzata.

ne ho già parlato, della mostra del world press photo. amo vedere mostre di fotogiornalismo e documetaristica in genere. devo ammettere che mi diverto di più con la sua ramificazione più artistoide, la street photography. quando la mostra è invece dedicata al fotogiornalismo il mio approccio un pò cambia: preferisco non avvicinarmi a qualche visitatore: non sia mai che mi imbatta in qualcuno che disquisisce di una foto che mostra morti ammazzati citando la regola dei terzi o parlando di composizione di fronte ad un’immagine che dovrebbe solo colpire per il fatto.

eccolo qui, il mio problema: ditemi voi come si può pensare di rendere spettacolare un’immagine che mostra scene strazianti. ehi, non pretendo che siate d’accordo con me, per carità, ma riflettiamo un attimo…fermiamoci un attimo e riflettiamo: quelle fotografie dovrebbero colpire nella loro crudezza. io non sono un fotogiornalista da breaking news, preferisco concentrarmi su racconti elaborati con più tempo a disposizione, ricercare, investigare, essere dentro un certo tema.

quello che io ho percepito da mostre come quelle del world press photo è una palese ricerca della perfezione fotografica ottenuta attraverso la pesante elaborazione delle immagini in post produzione. c’è chi si dice convinto che la fotografia digitale che utilizzano un pò tutti coloro che partecipano a awards come il world press, non possa evitare l’elaborazione successiva allo scatto per dei limiti congeniti rispetto all’analogico. io non sono affatto d’accordo. credo, invece, che ormai molti abbiano l’occhio viziato. viziato dall’editing pesante. viziato da un modo di presentare la fotografia che ormai ha ben poco di naturale. il make up si è impossessato del fotogiornalismo, arrivando ad una genesi dell’immagine che ha del parossistico.

mi spiace, ma se hai bisogno di rischiarare volti per rendere la foto leggibile, non hai fatto un buon lavoro come fotografo. c’è un esempio perfetto di questo proprio tra le foto in mostra all’ultimo world press photo in cui vediamo una moltitudine di persone. perdonatemi non ricordo l’autore. la composizione è davvero buona, ma quella rischiarata sui volti mi fa subito pensare a voler vedere la foto al naturale. la rischiarata è infatti, in quel caso, determinante.

vedo, in mostre di quel tipo, un’audience che si concentra sugli aspetti estetici delle immagini, e questo mi spaventa. mi spaventa prima come uomo e poi come fotografo ancorato alla realtà. come fotografo che ricorda le lezioni che ci ha lasciato un vero fotoreporter come mario dondero. ecco, fermiamoci a riflettere un attimo. dove va il fotogiornalismo? possibile che si sia ridotto a questo? possibile che ormai, parlando con molti miei colleghi si è giunti alla conclusione che il fotogiornalismo non paga più, che siamo costretti a fare ‘matrimoni’ per pagarci i viaggi e farci i nostri progettini personali per poi mandarli al world press photo?

io credo che dovremmo dire basta alla spettacolarizzazione delle immagini, evitando di posterizzare fatti violenti. dovremmo iniziare a dire no e cambiare il nostro approccio, cambiare il modo in cui percepiamo una fotografia. fermiamoci. e riflettiamo.

 

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...