l’approccio fashionista e il troppo concettuale

quanta fotografia concettuale vive di ipertrofia del discorso mentale: ma dov’è il senso della forma, dove l’emozione? e quante ricerche di belle forme soffrono di asfissia da mancanza di giudizio e inesistente partecipazione emozionale? che cosa rende tante immagini di propaganda ideologica o di privata testimonianza emotiva, retoriche o mielosamente sentimentali se non l’assenza di intelligenza delle cose o di forza espressiva della visione, della forma estetica? è molto più facile ribellarsi a questa difficile disciplina che cercare di raccoglierne la triplice sfida etica, mentale ed estetica‘ – così il maestro scianna a proposito della celebre formula bressoniana la mente, l’occhio e il cuore, nel suo libro collezione di appunti e articoli, obiettivo ambiguo.

e credo sia una perfetta introduzione al tema che vorrei portare alla luce oggi: l’approccio fashionista e concettuale alla fotografia documentaristica, sia essa street photography o fotogiornalismo.

credo sia innegabile, da tutti coloro che gravitano nell’orbita di certa fotografia, che vediamo sempre più immagini che presentano un’estetica piaciona, da concorso. questa rincorsa non sta risparmiando neanche certa fotografia di strada, alla quale si sta sottraendo sempre più la strada…pare che l’acqua faccia più presa per certi esegeti. mi sono fermato ieri su un contest non particolarmente rilevante, ma comunque riferito alla fotografia di strada. perchè quel che ho visto è l’estremizzazione di dove sta andando certa fotografia che ha sempre meno la strada (intesa come energia e presa spontanea) come tema, che vorrebbe documentare l’umana condizione, eppure sembra sempre più un fotogramma estrapolato da un film di david lynch…non è solo questione di flash, è soprattutto tanto lavoro in post produzione a farmi controbalzare dalla sedia di fronte al mio computer…l’attitudine festivaliera di certi fotografi sta producendo una devianza dalla motivazione primaria della street photography: catturare la stra-ordinarietà della vita quotidiana nel più grande palco esistente: il luogo pubblico. fotografando gente sconosciuta.

oggi il sospetto è che tu sia andato con la tua ragazza in piscina a fotografarla voltata di spalle…tanto bastano quei colori ruffiani.

c’è una chiara ambizione da parte di questi fotografi di produrre immagini di valore artistico, ma appare chiaro che si stia perseguendo una certa onda estetica che non è poi molto personale. è un’estetica che può fare presa su riviste come GQ, o sul magazine online vice…noto uno spostare più in là il paletto di certe foto a la in public (sito collective di cui peraltro non smetto di rimarcare il valore storico ed estetico) di un approccio hardcore evidente che punta al wow dell’osservatore, ma poi finisci con l’interrogarti su quanto genuina sia quell’immagine, quanto della fotografia diretta implichi e, soprattutto, quanta costruzione ci sia dietro un’immagine.

sia ben chiaro, con foto così ci vinci i premi ai festival di street photography, perchè fanno tanto galleria d’arte, però mi chiedo quanta street e quanta straight ci sia in quelle immagini patinate. e potrei fare lo stesso discorso per certe immagini cosidette di reportage che mostrano soggetti così accattivanti e post produzioni deluxe.Tanto belle e perfette che mi chiedo dove sia la fotografia…quel sentire di partecipazione emozionale cui fa riferimento ferdinando scianna.

la colpa è mia, evidentemente. pur osservando tante immagini di molti fotografi ogni giorno per professione e pur avendo notato l’ ‘evoluzione’ resto un appassionato del voler sentire la puzza di strada in una foto, e i miei riferimenti restano quelli di garry winogrand, richard sandler, paul mcdonough, todd papageorge, ma anche bruno barbey e mario dondero…come ho scritto ieri sulla mia pagina facebook:

‘come fotografo sono un realista. mi sento incomodo con l’irreale e con il voler sublimare la realtá attraverso una ricerca dell’assurdo. sento che non abbiamo cosí bisogno di una veritá posticcia, nonostante oggi sia di tendenza. forse é per questo che tanto come fotografo che come consumatore di immagini, prediligo chi documenta la straordinaria normalitá della vita di tutti i giorni.
osservo, dunque, con sincera ammirazione i fotografi contemporanei del sud italia, che tanto stanno facendo per mostrare una certa parte del mio paese.
ma, allo stesso tempo, rimango affascinato da quei fotografi di strada che negli stati uniti mostrano di aver raccolto il testimone dei pionieri dei ’60, andando a trovare con gli occhi e raccogliere con le proprie fotocamere elementi urbani non meno importanti delle estemporaneitá umane.
vedo, nella loro ricerca, qualcosa di ben piú ambizioso che produrre fotografia che vinca concorsi o che strizzi l’occhio all’attuale critica. e’ una fotografia senza dubbio meno edulcorata e priva di “anabolizzanti”, tesa peró al concreto e alla sostanza.
c’é una tendenza all’arte concettuale di certi fotografi che a volte mi irrita, proprio per seguire un’estetica che risulta essere vincente a concorsi e festivals. e’ una fotografia che piace, ma io, scusate, proprio non riesco a farmela piacere.
ricerco la fotografia come documento, se in seconda battuta puó essere valutata come arte, é qualcosa che non mi interessa molto e che dovrebbe stabilire solo qualcuno preposto a quello.’

io oggi metterei su due piani distinti chi fa fotografia per se stesso e per documentare il mondo, e chi invece opportunisticamente ma anche legittimamente, ha un approccio fashionista e realizza immagini che ti chiedono agli awards. è la stessa differenza tra chi fa rock underground e mainstream: mi piacciono i metallica, ma gli ho sempre preferito i motorhead.

 

 

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