il falso e il vero nell’approccio documentaristico parte 1

‘se accettassimo il principio che il falso può essere più aderente alla realtà del vero, cadrebbe il rispetto per il mondo, per ciò che vi accade veramente. o quantomeno finiremmo per confondere storia, cronaca e propaganda.’ – mario dondero

appunto…

riprendendo il discorso dell’articolo precedente mi trovo ancora a riflettere su quanto sia sottratta la verità alla fotografia di questi tempi, in funzione di un avvantaggiarsi dell’impatto visuale.  abbiamo visto tutti quel fotografo che ha fatto uno scempio di un’immagine per presentarla al worl press photo per poi essere squalificato: parlo di quello che qualche anno fa una foto orizzontale la fece diventare verticale, clonando via cose, convertendo da colore a bianco e nero e per finire creando una vignettatura pesantissima per drammatizzare il tutto…mi domando, dunque, cosa sia la fotografia per taluni personaggi che oggi circolano. sia ben chiaro, non sono un ingenuo, so perfettamente che si pastricciava molto anche prima. il fatto stesso che molto fotografassero con rolleiflex da cui uscivano immagini in formato quadrato e la maggior parte delle volte venissero pubblicate in formato rettangolare è già una chiara risposta.

ma noi qui sosteniamo l’approccio veridico e diretto alla fotografia, indipendentemente dai tempi e dai mezzi tecnici impiegati, e quindi appariremo sempre un pò rompi.

il punto, mi pare chiaro, che non sia la solita contrapposizione digitale/analogico. è solo un fatto di coscienza, e di modo di vivere la fotografia.

‘il cinema ha 24 foto per secndo e oggi ci sono fotocamere che fanno 60 foto per secondo. E’ qualcosa che non é umano. A che serve? La fotografia si trova ad un punto di rottura. ‘ – piergiorgio branzi

ecco, si…oggi abbiamo fotocamere che permettono di fare qualsiasi cosa. ci sono fotocamere che ti permettono di scegliere successivamente la zona a fuoco. e c’è chi sta già utilizzando videocamere estrapolando frames e vendendoli come fotografie. ma questo non vuol dire che siano fotografia. questa è solo una polluzione, un atto masturbatorio per ottenere immediati risultati e, magari, coglionando il pubblico, fama. la fotografia è un’altra cosa.

la fotografia è saper riconoscere un momento fotografico, quello e solo quello, non una selezione tra 60 scatti generati in un secondo…la fotografia è/dovrebbe essere poesia, ma che volete farci se con l’avvento del digitale la rincorsa tecnologica fu quella di rincorrere e proporre prestazioni assurde per coloro che sanno poco o nulla di cosa sia la fotografia? oggi, figuriamoci, si collezionano files nei computers, ma si stampa sempre meno. quelle fotografie, non importa se pubblicate o meno su internet, non esistono.

perchè una fotografia non esiste fino a quando non ce l’hai stampata. lì cambia tutto. e, ancora una volta, non c’entra nulla se parliamo di digitale o pellicola, l’importante è stampare e ottenere un risultato evidentemente fisico, solido, palpabile. di fronte alla stampa, la maggior parte delle foto perdono quello status e si riducono a scatti, perchè una fotografia stampata non mente e mette tutto a posto. a partire dal fatto che non si possa più contare su uno schermo retroilluminato una fotografia deve essere in grado di parlarci, e la comunicazione può anche cambiare con il tempo, basata anche sulla nostra crescita e le esperienze accumulate. è questa, del resto, la testimonianza più vivida della superiorità della fotografia su altri medium, come il cinema o la televisione, entrambi esperienze volatili, per quanto importanti anche loro.

una fotografia, quando stampata, ci offre una prospettiva e una visione diversa. un fotografo, un vero fotografo, ha bisogno di vederle stampate le sue foto per comprendere veramente la validità e l’efficacia di un suo lavoro, sia esso singolo e slegato da altre fotografie o se parliamo di un progetto.

è chiaro che sto parlando di un certo tipo di fotografia, quella più intima e artistica, non quella fatta per ragioni alimentari e che un fotografo commerciale fa e propone per altri scopi.

la fotografia è sempre un fatto di percezione. e la nostra percezione cambia di fronte a come viene proposta. ci sono immagini realizzate che io non mi sognerei mai di stampare. il semplice fatto che uno si decida per la stampa è una presa di coscienza che quell’immagine è anche una fotografia. quando scegliamo le immagini da inserire in un libro stiamo già compiendo una scelta diversa. e lo stesso facciamo quando decidiamo di stampare un’immagine.

da fotografo che le sue foto le stampa, posso dire che anche il nostro approccio cambia. a volte mi capita di leggere di fotocamere che restituirebbero immagini eccessivamente piatte e che hanno bisogno di un’aggiustata in post produzione. se posso accettare questo pensiero, sento che spesso questa enunciazione è influenzata dall’idea digitale che si ha della fotografia. di fronte ad uno schermo, infatti, ci siamo viziati ad un’idea estremamente contrastata della fotografia. e capita così  di vedere immagini post prodotte per ingraziarsi gli occhi di chi la foto la vede su un computer, non stampata su carta baritata.

se da una parte possiamo comprendere che la tendenza all’eccessivo contrasto faccia parte di una propria proposta visuale, di un filtro artistico che è il linguaggio e la forma espressiva di un certo autore, quello che mi lascia dubbioso è la tendenza a vedere la fotografia solo in un certo modo, e quindi oggi certe foto ci appaiono eccessivamente grigie…non prendiamoci in giro, al pubblico generalista il forte contrasto piace. fa presa sull’osservatore perchè arriva diretto come un pugno: bianco e nero, senza compromessi, i compromessi delle sfumature del grigio. è una fotografia che certamente grida di più e che quindi permette una maggiore, immediata fruizione da parte degli osservatori. ma nel caso del bianco e nero, andando oltre certe letture autoriali, e nel caso soprattutto di un approccio che si vorrebbe veridico, una fedele scala di grigi ci permette di connetterci maggiormente alla realtà del momento catturato, permettendoci quasi di vedere i colori di quel documento fotografico.

c’è qualcuno che sostiene che il mondo sia a colori e che quindi tutto il bianco e nero, con la sua caratteristica astrattiva, in realtà sia sempre e comunque una bugia e una rilettura della realtà. io non sono d’accordo. credo che il nostro cervello sia capace di vedere e immergersi nella realtà anche se proposta priva di colori. questo ha a che fare certamente anche con il background culturale della persona che osserva. credo che un fotografo che è cresciuto con il cinema noir degli anni ’40 e con il neorealismo italiano sia più avvantaggiato in altri in questo senso.

l’approccio veridico alla fotografia per me non ha nulla a che fare con il fatto che sia a colori o in bianco e nero. possiamo vedere tutti i giorni quanto anche il colore possa essere lontano dalla realtà. ma di questo e di altro continueremo a parlare prossimamente.

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