una gran bella fotografia

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jean dieuzaide, nazarè, portogallo, 1954

è quella di dieuzaide, una delle mie fotografie preferite in assoluto. una di quelle foto che guardi e torni a guardare, soggiogato dal fascino e dal mistero, da una fotografia che ci parla, eppure senza dire, lasciando spazio all’interpretazione, a dare una nuova lettura ogni volta che torniamo a guardarla, ad entrare dentro, ad immergerci in quel mondo. non è questo il senso  della fotografia, quella vera?

come editor e fotografo osservo tantissime foto ogni giorno: le mie, quelle di altri, quelle di coloro che vorrebbero un parere, quelle di aspiranti collaboratori della mia rivista, quelle imposte dal flusso ininterrotto di un social che le foto non le tratta bene, a partire dalla risoluzione per terminare con assurde regole di censura bislacca.

di fronte allo schiamazzo di certe immagini, urlanti di attenzione, forzatamente spettacolari perchè così impone il porno approccio  (qualcuno scriverebbe hardcore) dei nostri tempi, delle foto da concorso fotografico, trovo rifugio in una fotografia che mi porta davvero in un mondo, in una dimensione, in un’epoca. è la fotografia vera, quella che comunica davvero. e si, che oggi ti criticano le foto di vecchine all’uscio di una porta. te le criticano perchè oggi vogliono braccia e gambe che spuntano dai bordi del fotogramma. e ombre e luci. colori sgargianti. le paillettes della nuova fotografia. quella da concorso e da festival, sterile e fasulla, eppure tanto accettata e incoraggiata. una fotografia slegata da un corpo di lavoro o da una genuina ricerca. si fotografa, oggi, per partecipare ad un concorso, perchè così si diventa fotografi, ci dicono. perchè così ti conoscono, e poi fai quel che ti pare. è l’applicazione del presto e facile, senza sforzo, nella ricerca dell’hit, della canzonetta da classifica. è l’approccio da talent show a farla da padrone tra questi nuovi fotografi. per questo ti criticano la vecchina: non sanno leggere la fotografia. loro devono vedere ciò che riconoscono, ed essendo una conoscenza limitata, allora si fermano ai soliti quattro fotografi sulla bocca di tutti.

e allora io mi rifugio. osservo questa foto scattata in portogallo, e potrebbe essere anche sardegna. o sicilia. e rimembro fugaci scampoli di memoria. di quando a tre anni fui, finora, per l’unica volta in terra sarda. e poi osservo, da fotografo, quelle ombre metafisiche, percorrono i miei occhi la consistenza (gli inglesi direbbero texture) dei muri, quel poco di tegole del tetto che si scorge. è una fotografia con pochi elementi, a guardarla bene, e proprio per questo, nella sua ingannevole semplicità, una delle più belle foto mai realizzate a parer mio. c’è tattitilità nella foto, che si scorge anche nella gonna della donna in primo piano. è una fotografia carnale, una fotografia spettacolarmente in bianco e nero, ma non quella spettacolarità fine a se stessa che vediamo oggi, nelle tante, troppe fotografie canzonette, ripetizioni ossessive di fotografia di altri fotografi, imitazioni delle imitazioni siano esso parr, gilden, moriyama o webb. è una fotografia vera quella in cui si perde il mio sguardo. è la fotografia. così come la conosco e riconosco. oggi come ieri, una fotografia che odora e che in quel potente sia pur flebile ed etereo, parvenza di ricordi fanciulleschi, mi conduce a dimensioni vissute, un tempo nella mia vita.

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