del perchè il reportage di ozbilici è vincente

che se ne dica, il reportage di ozbilici, il fotografo di associated press che, mostrando sangue freddo e tanto fegato, ha documentato con fotografie ben realizzate tecnicamente, da diverse angolazioni, un assassino che aveva appena sparato alla sua vittima, l’ambasciatore russo andrey karlov, uccidendolo, è già entrato nella ristretta cerchiaa di fotografie icona del nostro tempo.

Ankara

per amor di verità e cronaca dobbiamo dire che sul luogo del misfatto c’erano altri due fotografi a cui non ha arriso la stessa gloria: alatan e kilic lavorano per agenzie più piccole e le loro immagini sono state successivamente comprate e distribuite  da reuters e agence france-presse, ma non sono riuscite a sfruttarle con la stessa abilità mediatica di associated press.

a noi interessa riflettere sulla potenza estetica di un’immagine in questo articolo. ci interessa analizzare il perchè in tanti hanno definito le diverse immagini di un killer, il poliziotto turco mert altintas, che ha sparato a bruciapelo l’ambasciatore russo, iconiche.

nel linguaggio della critica d’arte, si definisce iconico ciò che è basato su immagini che hanno una corrispondenza più o meno diretta con la realtà. e quindi, possiamo affermare che il termine sia corretto. eppure, quel termine iconico, nel linguaggio corrente, o popolare che dir si voglia, si lega a qualcosa che ci fa pensare a spettacolare. e credo che anche questo abbia la sua attinenza con il lavoro coraggioso di ozbilici.

il fotografo, sia pur nella contingenza di momenti tanto drammatici e di pericolo, si è trovato per paradosso nella situazione ideale di ripresa: trattandosi di una inaugurazione di una mostra fotografica in una galleria d’arte, il fotografo ha potuto contare con la luce diffusa, lo sfondo ben illuminato. l’evento spontaneo era dunque in un luogo che permetteva di lavorare quasi come se ci si trovasse in uno studio fotografico. una situazione, per certi versi, anche surreale, tenendo conto del fatto che parliamo di puro breaking news, per dirla giornalisticamente.

nell’articolo dell’ottima giulia pompili su il foglio, il fotografo di guerra giovanni chiaramonte dichiara che “il corpo morto è nella dignità della sua corporeità, che non è offesa da uno sguardo invadente, e c’è una distanza giusta”  e siamo d’accordo.  il reportage lo trovo dignitoso e rispettoso, soprattutto di quel corpo che giace a terra, ormai privo di vita.

è però, soprattutto, il ritratto dell’attentatore che mi interessa. è visualmente perfetto. praticamente un attore, bello, sia pur nell’atrocità del momento. bello cinematograficamente, lo amerebbe tarantino. ed, in effetti, se ci fermiamo a osservare l’attentatore, quanta somiglianza somatica con le iene del film culto ‘reservoir dogs’ troviamo? vestito impeccabilmente, l’attentatore reca con sè tutta l’iconografia di certo cinema che da 007 in poi ci presenta assassini glamour e spietati. e la potenza di questo reportage, forse, è proprio in questo inconscio riconoscimento. di quello che, al cinema, mangiando, magari, pop-corn o davanti allo schermo del nostro home theater, sdraiati sul divano, ci troviamo ad empatizzare con gente che uccide, senza troppi fronzoli. non solo ad empatizzare, ma anche a rimanerne affascinati.

è una scena vera quella che vediamo, ma al contempo falsa, per una sorta di simbiosi con quello che siamo abituati-anestetizzati a vedere grazie al cinema di genere. i clichè ci sono tutti, del resto. e, per paradosso, il fatto poteva essere rappresentato solo in questo modo. per una contingenza di situazioni, a partire dall’ambiente in cui l’attentato ha avuto luogo, il reportage è una perfetta scena cinematografica.

e noi, che siamo indagatori del vero e del falso in fotografia, abbiamo un nuovo capitolo da studiare.

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