perchè la salvezza della nostra fotografia è avere una visione progettuale

su questo blog mi sono spesso espresso in merito all’epoca che viviamo, caratterizzata da una over-esposizione delle immagini. siamo un pò tutti su facebook, instagram, flickr. le immagini che proponiamo formano, inevitabilmente, un feed ininterrotto in cui il rischio maggiore è, per la nostra fotografia, essere confusa e, anche peggio, ignorata. le fotografie sono spesso guardate, ma non osservate. succedeva anche in passato, ma il coefficiente dello sguardo distratto è aumentato in maniera esponenziale. oggi, in tempi di likes, anche il like è spesso dato senza pensarci troppo. e non dobbiamo credergli.

la mia posizione è chiara: credo che la fotografia abbia senso solo nel momento in cui è approcciata e considerata come un documento. da qui, è chiaro, la fotografia per me non ha molto senso come mero esercizio stilistico. e, dunque, un  fotografo per me dovrebbe essere sempre qualcuno in grado di raccontare: un narratore.

già questo mette dei paletti ben precisi al ruolo del fotografo, distinguendolo da chi fa semplicemente delle foto. il fotografo non fa solo foto ma, persona dotata di una certa cultura, visuale e non, riesce a leggere una data situazione, metabolizzandola, filtrandola attraverso la sua esperienza, e quindi riproducendo una realtà e una verità, che comunque saranno sempre influenzate dalla sua identità e individualità.

oggi che le foto si mostrano molto di più che in passato, come possiamo salvarci e soprattutto salvare la nostra fotografia ? io sostengo che avere una visione progettuale sia la risposta.

nello specifico, è fondamentale mettere a fuoco a fuoco i seguenti concetti:

1- una propedeutica riferita al linguaggio fotografico,  intendendo tutti quegli approcci orientati a impartire ai principianti un primo, essenziale livello di cognizione progettuale.

2- una  alfabetizzazione visuale che permetta la codifica dei principi basilari della disciplina fotografica;

3 – la messa in pratica che richiede una dimensione educativa in cui si possano apprendere elementi di problem-solving e dell’imparare attraverso l’esperienza reale;

4- e, infine il lavoro di selezione, che proprio grazie ai primi due concetti, permetta di diventare editor di noi stessi e realizzare, attraverso una consapevolezza visiva, il vero corpus del progetto fotografico;

l’occhio del fotografo, con la sua capacità progettuale e grazie alla sua intimità espressiva, può distaccarsi da quello che la maggioranza delle persone non riesce neanche ad intuire.

in questo stesso blog ho rimarcato il fatto che non dobbiamo essere affatto spaventati nè rifiutare la democratizzazione della fotografia, che ha senza dubbio molti aspetti positivi. ho anche scritto a proposito che il circuito chiuso e l’atteggiamento snobbisticamente accademico dei nostri padri, senza dubbio favorito dalle difficoltà oggettive della fotografia chimica, oltre a non essere realmente riproducibile oggi, sia un approccio da evitare. è senza dubbio un bene che più gente oggi stia facendo fotografia. ma questo non significa neanche arrendersi alla superficialità. soprattutto se tale superficialità sia elevata, per ignoranza visuale o per rendiconto personale, a chissà quale capolavoro della storia della fotografia.

la fotografia, così come la musica, oggi vive di hits: si vive (vivacchia) di immagini singole, della fotografia vissuta come episodi che ci piacciono, che ci piacciono un pò meno, che non ci piacciono affatto. se per la musica questo si evince dalla morte del concetto di album, e della vendita del pezzo singolo (quando non scaricato piratescamente in mp3 da qualche software peer to peer) per la fotografia è la sindrome da instagram, in cui si valuta un fotografo in base alla foto del giorno.

anche dei maestri ricordiamo essenzialmente poche foto, ma certamente la loro visione progettuale non è paragonabile a questi hit-wonders di oggi. avete mai sfogliato un libro di nino migliori, di ferdinando scianna? avete dedicato del tempo allo studio del lavoro di mario dondero?

ecco, io direi che la differenza tra uno che fa foto e un fotografo è proprio nella capacità di quest’ultimo di saper realizzare progetti, e che quindi anche quando si trova davanti al momento da catturare, c’è un orientamento, una propensione alla realizzazione di un corpo di lavoro che presenta un tema centrale.

pensiamoci. pensateci. quanta gente scenderebbe, oggi,  dal gradino di fotografo?

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