una riflessione ai confini tra etica e fotogiornalismo

ethics-phjrnlsm
chris hondros/getty images

ho scelto questa immagine cruda che mostra samar hassan, che urla dopo che i suoi genitori sono stati uccisi dalle truppe americane a tal afar nel gennaio 2005, perchè credo che sia un’immagine brutalmente perfetta per descrivere il tema di questo articolo.

la foto fece il giro del mondo, colpendo per mostrare violenza, dolore, brutalità e sangue, ma soprattutto per il fatto che mostrava qualcosa di scomodo per gli stati uniti: i genitori di samar non erano riusciti a fermarsi ad un posto di blocco e questo generò il tragico evento. la foto ci mostra un dolore intimo, quello di una bambina di fronte all’orrore di vedere uccisi i suoi genitori. e ci pone, a noi interessati al fotogiornalismo e alla sua etica, di fronte ad un bivio, quindi ad un’opportunità di confronto e riflessione.

nella filosofia aristotelica sappiamo che il termine ethos non può non prescindere dal concetto di scelta volontaria, ed applicato alla fotografia e, in particolare, al fotogiornalismo, se fotografare o no. in seconda battura, se pubblicare l’immagine o evitare di farlo. si impone dunque una scelta etica sia del fotografo che del media proponente l’immagine.

il fotografo è stato certamente criticato. ma si crede anche e soprattutto perchè ci troviamo di fronte non solo ad un’immagine terribile per le vittime, ma perchè appunto, è una fotografia scomoda della missione americana in iraq. tanto da diventarne quasi una foto simbolica, oserei dire una foto manifesto dell’intervento alleato nella fu persia.

è, dunque, particolarmente interessante quello che leggiamo nel codice etico di nppa (national press photographers association):

trattare tutti i soggetti con rispetto e dignità. dare particolare attenzione ai soggetti più vulnerabili e la compassione per le vittime di reati o di tragedia. inserirsi in momenti privati di dolore solo quando il pubblico ha un preponderante e giustificabile bisogno di vedere.

da qui possiamo comprendere come con ogni evidenza il fotografo è entrato nell’intimità della piccola, in un momento terribile, di profondo dolore. quel pianto disperato ci rimanda alla famosa foto realizzata in vietnam da nick ut nel 1972 ad un’altra bambina, famosa come napalm girl, che è diventata una delle foto più celebri della storia della fotografia. al tempo stesso comprendiamo come la fotografia di chris hondros rispetta il codice etico della giustificazione di mostrare per informare il pubblico.

ne diviene anche simbolo della complessa e controversa dicotomia tra etica e giornalismo. un tema brillantemente affrontato da molti, come susan sontag, anche se a me piace ricordare susie linfield con il testo “the cruel radiance: photography and political violence” perchè a differenza della sontag, fortemente critica e accusando di voyeurismo e non rispetto delle persone, ci ricorda come raccontare attraverso la fotografia sia un atto eticamente e politicamente necessario che ci collega alla nostra storia moderna di violenza e sonda la capacità umana di crudeltà, offrendo alla nostra società e al pubblico elementi necessari per crescere e maturare uno spirito critico nei confronti soprattutto degli orrori di cui l’uomo e il suo ricorso alla violenza e alla guerra generano.

 

 

 

 

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