sulle intenzioni del vero fotografo di strada: un approccio filosofico

una street photography, una buona street photography è qualcosa che documenta, che ci comunica qualcosa di un momento colto dal fotografo, e che quindi rivela anche qualcosa dell’autore della foto. una buona street è un momento rivelatore, sublime dicotomia dell’ES e del mondo intorno, o quantomeno quello percepito. per questo bisogna essere esigenti, con il momento colto, se c’è o meno vero contenuto, se c’è una composizione degna di questa definizione, se la strada e’ rappresentata genuinamente e senza forzature e sovraincisioni, e quindi comunicante quell’energia che solo la strada è in grado di palesare.

alex coghe – 2016

alexcoghe10

nota bene: in questo articolo si useranno toni forti, continuate a leggere, se volete, ma siete stati avvisati.

ripartiamo da qui, perchè ancora si fa una grande confusione e le evoluzioni/involuzioni utilizzando il marchio, mai così di moda, della street photography, oggi tendono a confondere, mistificare, deturpare e violentare il genere. in uno dei primi articoli pubblicati su questo blog dichiarai come, proprio a causa di questo abbruttimento dei nuovi vati della fotografia di strada, sarebbe stato meglio parlare di reportage, così come la chiamavamo a volte prima in italia, perchè quel termine ti metteva nella condizione di comprenderci dentro una fotografia che raccontasse una storia, o almeno una sensazione, uno stato emotivo. oggi, invece, certi cantori della fotografia di strada e, naturalmente, certi media, buttano tutto nel calderone, dall’ umanità di nuova york alle foto di moda street style (che anche io faccio ma non mi sognerei di definirle mai street photography) buttandoci dentro pure il progetto di gilden con quegli headshots orientati a mostrare l’orrido dell’avvizzimento della pelle umana. quella non è street photography, ovviamente, che richiede un approccio diretto e senza intervento da parte del fotografo, ma vaglielo a spiegare a questi nuovi arrivati…

su internet se ne leggono di cazzate: ad esempio l’idea che la fotografia di strada sia un genere nuovo o relativamente nuovo. è quella la mentalità dei bambini di instagram, coloro che hanno scoperto la fotografia con un cellulare. ed è un’idea che però viene diffusa da certi blogs, ovviamente realizzati da gente che ha sconfitto l’acne da poco. e così, il nuovo vangelo della fotografia di strada, diventa magari, quello di uno che nel suo portfolio ci presenta foto storte di gente ripresa di spalle e di gente che fotografa, vale a dire il minimo comun denominatore di coloro che iniziano.

oggi tutto va di fretta: partecipi ad un workshop con un fotografo di strada vero e  dopo 6 mesi, prima ti unisci ad un collettivo, e ovviamente lanci il workshop, perchè i collettivi nascono per quello. sempre in questo modo, che fai? non la facciamo una bella mostra, ovviamente pagando il gallerista (in realtà è uno che possiede uno spazio e lo affitta basta-che-paghi) ed ecco fatto un nuovo fotografo di strada. ditemi voi se ho torto e che non è andata così per gli ultimi recenti fotografi-privi-di-storia e senza una vera esperienza ed un curriculum degno di questo nome?

la street photography è oggi considerata, da questi fenomeni, un trampolino di lancio e un modo per alzare qualche soldo: non importa mica che poi non siano neanche fotografi professionisti e che non abbiano mai avuto lo straccio di un lavoro realmente pubblicato o commissionato. perchè oggi si pensa proprio di trovare una scorciatoia attraverso la street photography, magari partecipando ad un festival, con qualche foto di merda, costruita, ovviamente, mettendo in scena spesso attori, o dando di flash per rendere il tutto più fashionista e acchiappa-coglioni. è la deriva della fotografia di strada, quella per la quale l’editore incapace (ovviamente non un vero editor e men che meno un fotografo) di un marchio dell’editoria di moda che ha creato un’agenzia stock, maneggia le foto con superba ignoranza e promuove foto, ovviamente di merda, ma vuoi mettere per il fotografo che le ha caricate? mi hanno approvato una foto su photov…!

ma ritornando all’idea che la fotografia di strada sia un genere nuovo…questo genere in realtà è antico quanto la fotografia stessa. non fu daguerre quello che catturò una strada parigina (boulevard du temple) nel 1838? e, nonostante, non erano ancora i tempi per definirsi street photographers, cosa sono stati tutti i principali, riconosciuti, maestri della fotografia, penso a nomi quali alfred stieglitz, andre kertesz, helen levitt, henri cartier-bresson?

la distinzione da fare, magari, è quella tra street photography e street photography, moderna, così come hanno contribuito a forgiarla garry winogrand, joel meyerowitz e lee friedlander, ma è indubbio che la fotografia di strada si sia sempre fatta sin dagli albori della storia della fotografia. e che a certi esperti emersi ieri l’altro, dovrebbero studiare di più e parlare (scrivere) di meno.

attraverso questo blog, ho sempre rivendicato l’importanza della fotografia e quella di strada (o di reportage se preferite) in particolare, come documento, sociale, storico ed antropologico. se credete che la fotografia di strada sia un genere nuovo, mi spiace per voi.

la fotografia impone un continuo studio, e tanta, tanta pazienza. il successo immediato è una chimera dei nostri tempi, eppure supportata da esempi vincenti. e questo confonde, e illude. viviamo in una società che festeggia l’esposizione immediata, la gratificazione istantanea e la fama. si mette a curriculum perfino un banner in un gruppo su facebook, senza senso del pudore. così, invece di insegnare a noi stessi la pazienza e trascorrere più tempo in strada, si pensa a caricare foto per il prossimo festival di fotografia. vediamo tante foto che celebrano più le fotocamere che un genuino e sincero lavoro dedicato. si pensa alle persone come soggetti delle proprie foto, quasi come pedoni da mettere su una scacchiera. e questo si evince dalle immagini prodotte. vediamo e stiamo assistendo a continue riproduzioni, di cose già viste, ma non perchè la fotografia non preveda questo. la fotografia di fatto è un atto di riproduzione. una riproduzione della realtà. ma quanti autori stanno, oggi, esprimendo realmente il loro mondo, quello che vivono e quanti, piuttosto, si affidano a schemi di altri? c’è lo schema gilden, lo schema martin parr, lo schema alex webb, lo schema jacob aue sobol e via così di questo passo, magari supportati dagli stessi genitori di certe estetiche, incapaci loro stessi di dare riconoscimento a chi sta facendo altro, a chi è realmente immerso e si fa portavoce di un raccontare che è il proprio raccontare e non la pedissequa imitazione di roba d’altri.

per arrivare a quel risultato, che si fa? oltre a imitare ci si concentra sulla costruzione dell’immagine. che vuol dire? che oggi stiamo assistendo a falsi fotografici. i falsi fotografici in street photography, esistono. esistono come il parmigiano reggiano tarocco. si fa di tutto per arrivare a fare foto a la parr.

mi dispiace per chi fa operazioni di questo tipo, perchè si perde il meglio dell’esperienza della fotografia di strada, della quale mostrano non aver capito nulla. in pratica in quel modo, orchestrando e posizionando i propri soggetti, loro, oltre a barare prima di tutto con loro stessi, si stanno perdendo tutto il gusto e l’adrenalina che solo la vera fotografia di strada è in grado di regalare. se voi, studenti di questi impostori e ciarlatani, avete assistito a cose di questo tipo durante un loro workshop uscite allo scoperto, raccontatelo, facciamo sapere chi sta vendendo qualcosa d’altro utilizzando il termine street photography.

a noi, che interessa la relazione tra incertezza e spontaneità in fotografia, non resta che proseguire la nostra strada, fatta, per dirla con alex webb, del 99% di fallimento. ma volete mettere?

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13 Comments

  1. bell’articolo, sono d’accordo con te. Non sono un esperto di streetphotography, ci provo quelle due tre volte a settimana, con risultati altalenanti, ma anche quello e’ il bello. Il problema principale resta, credo, l’accostamento di due mondi completamente diversi, sia nei modi che nella velocita’ di comunicazione. Parlo di quando si faceva fotografia 70/80 anni fa e adesso; nel senso va bene studiare le basi e i maestri, ma va bene poi trovare la propria nicchia e se poi la si chiama street photography o streetlife o lifestyle da stock, sono solo nomi che sono stretti a prescindere da quello che uno fa.
    Magari sto scrivendo una serie di cavolate, comunque bel post e bel blog. seguiro’ in futuro. ciao

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    1. Se pensiamo alle spinte motivazionali di chi ha contribuito a rendere la fotografia di strada quello che è e come la conosciamo (dovremmo conoscere) oggi, erano completamente diverse rispetto a coloro che pensano che la fotografia di strada sia un modo per divenire famosi, o addirittura imbastire una carriera fotografica solo facendo, appunto, street photography. Ma l’illusione è dura a morire. Per questo da sempre dico che la street dovrebbe essere ritenuta, appunto, una scuola, una palestra per diventare fotografi, o migliorare come fotografi. Per questo credo che chi imbroglia, chi si mette a barare, prima di tutto lo fa con sè stesso. Quando tutti quanti capiremo che la street non dovrebbe essere vissuta come l’ennesima tribù, l’ennesima moda in cui stare per essere accettati, ma piuttosto una sfida con noi stessi, e mai con gli altri, allora tutto sarà molto più maturo. Se ne andranno i fanatici e resterà chi davvero è interessato alle persone, chi mostra empatia e non coloro che si muovono per invidia, pensando sempre a quello che fanno gli altri. Allora, e solo allora, torneremo ad una fotografia di strada più sincera e più nobile. Grazie per essere qui, sono contento del tuo apprezzamento.

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      1. hai ragione, anche io la vedo come una palestra, cerco sempre di uscire dalla comfort zone, sperando di arrivare a qualche risultato e sperando di crescere anche come persona.

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      2. Quello é il solo modo che conosco per continuare a crescere. Dici bene, anche e, se non soprattutto, come persona, perché la fotografia migliore é quella che ti da qualcosa intimamente. Ci sono lavori che si affrontano che hanno il potere addirittura di cambiare la percezione che hai della vita. Preferisco quel tipo di esperienza. Non capita sempre, ma la preferisco.

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  2. Comprendo bene la tua rabbia, mi piacerebbe trovare il tempo di scrivere anch’io qualcosa su questi argomenti… Ma lasciami dire che il finale è da “standing ovation”. La strada conta infinitamente più del risultato. Bravo Alex…

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  3. Ciao Alex, bell’articolo, ma il problema principale ( e non parlo solo di street photograpy) è che oggi la tecnologia permette di poter fare cose “bellissime” in poco tempo e magari senza aver programmato o ricercato uno scatto. Non sono un fotografo professionista ma ho iniziato a scattare nel lontano 78 e ogni scatto era calcolato perchè non ti potevi permettere il lusso di buttare via un rullino da 24/36 pose. Stessa cosa se parliamo di musica. Ho fatto il musicista e il tecnico del suono negli anni 80/95, e fino al 93 tutto era analogico e non ti potevi permettere il lusso di sbagliare ( pena, soldoni spesi in ore di registrazione). Oggi basta un campione, un riff e una voce di merda e fai una Hit di successo.Vogliamo chiamarlo consumismo? O eroe per caso? Oggi tutto è alla portata di tutti, e per questo, tutti hanno a portata tutto. Ma quanti pseudo Bresson, Scianna, Arbus ecc. rimarranno nella storia della fotografia dei nostri giorni? Bho! non lo so, ma sicuramente in un prossimo (neanche tanto) futuro basterà un battito di ciglia per immortalare l’immagine del secolo….. e tutti saranno fotografi, o meglio, reporter del loro mondo digitale.Naturalmente senza contatti umani, quasi asettici, …. il barbone alla stazione ,,,, il barcone d’immigrati …la donna nana che fuma …. ma tutto senza coinvolgimenti. Spero di sbagliarmi ma … visto l’andazzo.

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    1. Ciao, Valentino. proprio per questo chi é nel settore dovrebbe sentire l’urgenza di far comprendere. da sempre mi sono espresso a favore della democratizzazione della fotografia che il digitale ha portato, e ancora ne vedo gli aspetti indubbiamente positivi. non credo sia necessario ricordare qui quali e quanti siano. allo stesso tempo, come giustamente rimarchi tu ravviso una corsa forsennata, una rincorsa al successo senza fatica, senza voglia di applicarsi davvero, di studiare e quando scrivo studiare, sono serio. sta a noi educatori e scrittori, adesso con uno stgrumento in piú, quello dei blogs, far comprendere a chi non ha strumenti chi e cosa sta producendo un serio lavoro fotografico, da quello che pur muovendosi dentro la fotografia documentaristica produce qualcosa di non empatico, privo anche delle basi di conoscenza per realizzare un buon lavoro visuale. per questo sostengo anche l’esigenza di proporre spazi culturali con un approccio serio ed adulto, il piú possibile onesto coi nostri lettori, evitando certi articoletti facili pieni di strategia SEO solo per ottenere visualizzazioni di pagina. credo che proporre articoli invece che posts, se é chiara la differenza che voglio enfatizzare, sia un dovere di chi fa comunicazione oggi in questi tempi imfami, casuali, volatili come una memoria ram.

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  4. A volte sarebbe più consono (non mi riferisco a te Alex) parlare di fotografia umanista. Molta della street photography odierna ha perso il contatto con gli esseri umani, e invece il centro dell’universo di ogni fotografo di strada dovrebbe essere il proprio prossimo (Imho). Di innovativo non c’è più nulla, tutto è già stato fotografato, il vantaggio di scattare in strada è che cambiano usi e costumi: il genere si autorigenera. Certo che se gli esseri umani vengono ‘usati’ per i propri scopi e non per raccontare uno spaccato delle nostre esistenze, qualcosa che a monte non funziona mi sembra che ci sia 🙂 Buona giornata. Diego 🙂

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    1. tu hai centrato un punto che mi sta particolarmente a cuore. in effetti, oggi, spesso vedo usata la street photography per fare del paesaggio con esseri umani, si tende al grafismo, quasi all’astratto: pensiamo a tutti quegli arti umani o pezzi di cane che emergono o scompaiono nelle ombre. fa un effetto acchiappa consensi certamente, con quei colori belli saturi, ma che roba sta raccontando? un altro cono di luce o di ombra in città? non è che è sempre la stessa foto? non è che di contenuto ce n’è poco o niente? anche io ho fatto in passato un progetto che si chiamava behind shadows and lights: generava molte visite e mi ha fatto trovare anche qualche cliente, ma poi quando ho visto che tutto il mondo aveva iniziato a fare quello, ho deciso di toglierlo dal sito. può andare bene per un progetto, magari…ma io mi annoio…mi sono annoiato a farr quel tipo di foto, immagina a vederle…ecco, i miei autori preferiti, anche tra i contemporanei, sono quelli che mostrano ancora empatia e reale interesse per l’umanità, e quindi, caro diego, dici bene tu nel fare una distinzione con chi fa fotografia umanista.

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  5. Grazie per questo interessantissimo articolo. Trovo molti spunti interessanti e veri, soprattutto quando fa riferimento ai “fotografi” da social media…

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