ancora su etica, deontologia professionale e realtà nel fotogiornalismo

ieri ho letto un articolo su il fatto quotidiano scritto da leonello bertolucci: lo potete leggere cliccando qui.

in seguito ad una mia domanda, su quanto sia vero che il wwp farà concessioni a questa nuova idea sullo storytelling nella fotografia documentaristica, lui stesso mi risponde così:

In ottobre Lars Boering (direttore esecutico del WPP) ha annunciato che dal prossimo anno ci sarà un concorso parallelo aperto alla “fotografia documentaria creativa”, rivolto a fotografi che vogliano affrontare “persone, eventi e problemi usando tecniche creative per la costruzione, l’elaborazione e la presentazione” svincolate dalle rigide regole attualmente prescritte dal regolamento. Evidentemente i recenti casi con relative polemiche hanno costretto anche il WPP a prenderne atto, giusto o sbagliato che lo si voglia considerare. La parte “classica” del WPP resta vincolato alle regole stringenti di prima e più di prima, ma la porta è aperta, ora, anche alla narrazione creativa dell’attualità.

e noi non possiamo che prenderne atto, pur continuando a pensare che fotografia documentaria creativa sia un ossimoro. james natchwey dice che il compito quotidiano di un fotogiornalista sia raccontare la verità, e questo è quello che io continuo a seguire e perseguire. ho già detto in questo blog che non sono un ingenuo: so benissimo che non è sempre possibile raccontare la verità, e che spesso il racconto è influenzato/filtrato dall’esperienza personale, dalle proprie idee politiche e sociali, e questo inevitabilmente include anche il lavoro di un fotografo, perchè la fotografia è sempre filtrata attraverso la visione di chi la realizza. però una cosa è essere consapevoli che ogni fotografia e ogni testo scritto presenta sempre e comunque una certa soggettività, ed un’altra è creare o ricreare storie, inventando situazioni o, addirittura facendo anche peggio, rimuovendo oggetti da una fotografia, per renderla più appetibile agli occhi del pubblico.

io non parlo di fotografia di moda e non parlo di fotografia di prodotti. anche la fotografia concettuale vive di regole diverse da quelle che impone (imporrebbe) l’etica di un fotogiornalista, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di raccontare fatti, non inventarli.

se assistiamo oggi a questa realtà ruminata, per utlizzare il termine di leonello, è perchè viviamo in un mondo molto più plasticoso di quello che abbiamo vissuto nei tanto criticati anni ’80. si attribuisce questa necessità del fotografo giornalista alla crisi evidente dei media che ha finito per intaccare proprio coloro che fanno della documentazione il loro pane quotidiano.

del resto, mi è capitato di vedere i tabulati di vendita a certi colleghi di quotidiani italiani, pagare la miseria di 15 o 30 euro per una foto. ma nonostante questo, credo ancora che fare i mccurry non sia la soluzione.

come natchwey, sono convinto che l’etica e la deontologia professionale di un giornalista e nel caso specifico di un fotografo giornalista sia ancora la ricerca della verità, e che quindi come tali dobbiamo imporcela come qualcosa da seguire sempre. la realtà ruminata lasciamola ai buffoni di corte e alle veline di palazzo.

 

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