perchè la vera fotografia parla sempre un pò del fotografo che la realizza

la bravissima simona guerra nel suo recente articolo, un pezzo di autoritratto, mi offre lo spunto di una verità che mi sta particolarmente a cuore: la fotografia può essere anche un autoritratto, nonostante non si fotografi drettamente noi stessi, ma altri soggetti, quello che troviamo di fronte a noi.

scrive, simona: Per me la realtà è uno specchio; quel che vedo nella realtà sono Io, i miei pensieri, i miei desideri, le mie enormi paure. Quando mi guardo attorno so che mi sto in realtà osservando dentro, non sto osservando qualcosa di esterno a me. 

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dal mio progetto del 2011 reality remade

nel caso specifico della fotografia documentaristica, e quindi, di fatto includendo sia il fotogiornalismo che la fotografia di strada, questa consapevolezza e soprattutto esprimerla può farci pensare ad un eccesso di egocentrismo, ma se ci riflettiamo non è proprio così. nel caso della fotografia come documento, quella che, come ben sanno i lettori abituali di questo blog, direi che questo concetto si esprima soprattutto attraverso l’approccio del fotografo. l’atto di fotografare rivela sempre una scelta del fotografo: garry winogrand diceva che nel momento in cui stai mettendo tra quattro lati un fatto, stai cambiando quel fatto ed è questa una verità innegabile, che impone la consapevolezza che non possiamo mai parlare di pura, oggettiva realtà. la scelta è sempre rivelatrice del suo background culturale, del suo modo di vedere e vivere il mondo.

arrivo ad affermare che tanto più una fotografia è spontanea e genuina e più mostra la personalità del fotografo. financo la sua vita, o una parte di essa: quanto sono rivelatori gli scatti di nan goldin? ho in passato utilizzato – coniato? preso in prestito? – il termine di gonzo photography per definire un tipo di fotografia consapevolmente rivolta anche a noi stessi. capita che sia come fotografo di strada e come fotografo sociale ci sia una compenetrazione tra quello che è il mio sguardo sul mondo e quello che è il mio mondo interiore. penso al mio progetto reality remade che nacque proprio da una riflessione di come mi stavo vivendo il primo anno a città del messico e che propone uno stato d’animo vissuto al tempo, ma penso anche al mio progetto nei barrios, in cui a volte mi ritrovo a fotografare praticamente sotto casa.

ormai credo sia chiaro ai più (lo è?) che la differenza principale tra il fotogiornalismo e la fotografia di strada risieda nell’estetica e nelle motivazioni perchè la fotografia di strada si regge su un discorso prevalentemente artistico. street photography è essenzialmente arte concettuale. attraverso la narrazione visiva del fotografo, in cui l’osservatore scopre l’interpretazione del mondo di quel dato fotografo, anche se la lettura non è unica, perché la fotografia di strada è spesso ambigua. street photography è poesia. street photography è la metafora di tutti i giorni. street photography ci racconta soprattutto dell’esperienza del fotografo in strada, ci mostra il suo occhio, la sua visione.

più riusciamo a tirar fuori noi stessi e più la nostra fotografia è vera. sincera. rispettosa di chi siamo e dove stiamo andando. pertanto, pur avendo il nostro sguardo rivolto sul mondo possiamo trovarci dentro anche un autoritratto. è anche in questa rivelazione che troviamo espressa la magia del nostro fotografare.

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