un viaggio chiamato vita

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se questo blog fosse stato scritto in inglese, avrei intitolato questo pezzo road trip: non è, infatti,  un caso che abbia scelto una foto che mostra mio fratello alla guida per questo articolo. oggi parliamo un pò di me, di noi. di come intendiamo la fotografia. di come ce la viviamo. di come ci rapportiamo ad essa nel nostro quotidiano.

la fotografia per me è come lo scrivere: qualcosa che è parte di me. per questo non riesco a trovarmi in sintonia con coloro che ritagliano uno spazio della loro giornata a fare foto. non è questo il modo che io intendo lo scrivere e il fotografare. entrambi non sono un’attività, a mio avviso, come l’andare a correre o in palestra.  per me fa parte della vita davvero come respirare.  è per questo che chi non è dentro, chi arriva ad osservarmi, può pensare ad un comportamento ossessivo, maniacale.

è per la stessa ragione che io in una fotografia ci devo incontrare una ragione, e parlo anche come osservatore, “capire cosa vogliono veramente dire” con certe immagini. le mie critiche ai portfoli di altri fotografi possono a volte lasciare sangue e lacrime sul pavimento, ma partono da un approccio analitico, approfondito e molto concettuale. per me la sostanza della fotografia, non mi stancherò mai di ripeterlo, è raccontare qualcosa: una storia, una percezione, uno stato d’animo. probabile che sia per questo che proprio non riesco a trovarmi a mio agio con certe foto “alimentari”. proponetemi tutto, la foto del primo dentino di vostra figlia o una truzza a farsi una selfie in bagno, ma certe immagini di pillole colorate messe su un cartoncino giallo con metodica combinazione o una fotografia di un orologio mi mettono molta più tristezza. eh, si lo so che qualcuno deve pur fare e proporre fotografie di prodotti o macro di girasoli, ma a me certe immagini mettono disagio. e, per quanto provocatorio possa essere ( e lo è) anche la peggior selfie è comunque un documento, magari anche della deriva umana, ma lo è. una foglia secca col bokeh dietro invece mi provoca lancinanti crampi stomacali.

il mio approccio alla fotografia è un pò filosofico e molto istintivo. è la (ri)produzione del reale ad interessarmi. in realtà a stuzzicare il mio interesse come osservatore, e gioco forza come editor, è il connubbio tra l’immagine e il fotografo che l’ha realizzata. quell’attimo rivelatore che può indicare tutto e niente. per questo credo che al mondo ci siano solo due tipi di fotografi: quelli interessanti e quelli no. e di solito questo si nota in pochi secondi.

anche nei miei corsi di fotografia, nella parte squisitamente pratica il mio interesse è instillare gocce di approccio filosofico al vivere quest’arte. per fare produzione reale di fotografia dobbiamo comprendere che la tecnica è una parte davvero marginale del tutto. per essere davvero un fotografo, devi diventare forte: il fotografo è un comunicatore, per come la vedo io. non c’è nessun grande fotografo riconosciuto nel mondo che non sia un narratore. se non sei un narratore, infatti, non puoi essere un fotografo.

io glielo spiego ai miei allievi: per fare il fotografo devi innanzitutto aprire il cuore, più di quanto abbiano fatto fino a quel momento nella vita. perchè il prodotto fotografico più sincero e vincente arriva sempre da dentro noi stessi.

non posso pensare di isolare me stesso dall’atto del fotografare. non si tratta di mettersi uno scafandro a tenuta stagna. devi viverla la fotografia, ma soprattutto devi vivere. esattamente come ogni bravo scrittore.

un sacco di tempo viene speso nella ricerca, in idee da rielaborare, toccando il subconscio, e raggiungendo un nuovo territorio visivo semplicemente dal rimuovere e poi dal lasciar andare,  dall’allontanarci da quello che ci lega, ma poi essere pronti a riaccoglierlo, a rivederlo in questa nuova fase, successiva al distacco. sono un testimone di quanto benefico sia per la nostra fotografia…

il passato e il presente, allora, si aiuteranno a vicenda, in un perenne gioco a rincorrersi nel nostro peregrinare fotografico. mi piace spesso dire che la fotografia sia un viaggio, perchè di fatto lo è, lo è come la vita stessa. un viaggio che ci porta a conoscere luoghi e persone, cambiando di fatto noi stessi. perchè proprio come recita un vecchio adagiuo cinese, da ogni viaggio torni come una persona nuova, definitivamente cambiata.

un fotografo, come uno scrittore, può mettere tante maschere, ma non può pensare di non mettere se stesso dentro la sua esplorazione. almeno, tutti i veri fotografi che apprezzo lo fanno. gli altri, neanche li guardo. un fotografo o uno scrittore per me sono la stessa cosa: devono essere pronti e capaci di stillare sangue attraverso il loro lavoro.

è dell’editor di national geographic, w.e. garrett, la famosa frase “f8 e sei lì” ma in realtà sappiamo tutti che non è sufficiente. bastasse questo per fare il fotogiornalista, lo sarebbe chiunque. ma la difficoltà maggiore non risiede in un accorgimento tecnico.

ancora una volta è la vita, vivere la vita a permetterti di avanzare. c’è un oceano  di “fotografi” là fuori, ma non credo che la democratizzazione della fotografia, avvenuta col digitale, abbia aumentato il numero di talenti… c’è sicuramente più gente a scattare foto, ma solo pochi a farlo in un modo speciale, credo lo stesso numero di prima… ci sono molte più opportunità per emergere, questo si, ed è un  bene, soprattutto per dare spazio ai veri talenti…

nel viaggio della vita io non mi permetto di dare consigli a nessuno, e anche con la fotografia, nonostante me ne chiedano spesso, io provo soprattutto a far pensare, a riflettere per permettere alla persona di trovare la sua strada, non certo la mia. tutti siamo in un viaggio e in un percorso di crescita, qualcuno può essere più avanzato, o contare con una maggiore esperienza, e per questo è utile incontrare qualcuno che ti ama …. che ama il proprio lavoro, e il tuo… una sola persona, o due… e no, non necessariamente un amico… il sostegno può essere dato in modo diverso…perchè un mentore significativo è uno duro, che non ti dice quello che vorresti sentir dire….. parlo di un altro fotografo, un gallerista, un editore qualcuno che è vicino comunque a quello che fai.

quando ero ventenne avevo abbandonato la fotografia: leggevo moltissimo e probabilmente la mia formazione è arrivata proprio dai tanti libri casuali  che ho letto. ricordo che ne leggevo anche quattro nello stesso periodo, alternandomi tra un libro di storia a uno più di intrattenimento, insieme a qualche classico, ma queste letture hanno formato il mio sapere ben più di normali studi accademici…ripenso a quel periodo e lo collego alle mie fotografie casuali, le cosidette foto singole che faccio ogni giorno, per me stesso.

ma sono davvero immagini casuali? o piuttosto si tratta del diario della mia vita? magari capita anche che non vadano da nessuna parte… ma non posso farne a meno …. se vedo qualcosa di interessante, per qualsiasi motivo, devo scattare una foto. ho sempre la macchina fotografica con me… sono queste foto solo una valvola di sfogo, come sono state le mie letture, o piuttosto fanno parte di un lavoro ben più complesso?

e mentre scrivo, penso alla foto del braccio con l’orologio di koudelka. in quella foto c’è probabilmente la sintesi di quello che ho voluto esprimere attraverso questo articolo. oggi, rispetto ai miei vent’anni, so che non potrei più abbandonare la fotografia. pur sapendo le ragioni di quel periodo della mia vita. oggi, però, la fotografia è parte integrante della mia vita, perchè mi offre la preziosa opportunità di riflettere sulla mia evoluzione e su quanto vivo e ho vissuto.

sono ancora in viaggio.

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