un vero fotografo

ricordo il mio primo servizio di moda. brand: burberry. compito assegnato: fotografare il cocktail party all’interno di uno dei negozi, a mazarick, una delle vie della moda più ricche del mondo, di sicuro la via più fashionista di città del messico. lavoro commissionato in esclusiva, naturalmente. nessuna esperienza reale, prima di allora, nello specifico di un evento di quel tipo. nervoso lo ero un bel pò, prima di iniziare. poi tutto è filato via liscio, io preso dal mio fotografare non ebbi modo di pensare più all’emozione del momento, occupato com’ero a fare il mio.

ricordo anche che prima di accettare il lavoro mi dissi: se sei un vero fotografo, lo puoi fare. e si, che fino a quel momento io mi ero occupato quasi esclusivamente di fotografia documentaristica. ma del resto furono gli art directors del famoso brand del  trench a contattarmi, e proprio perchè volevano che a occuparsi del servizio fosse un fotografo in grado di catturare le situazioni spontanee, che si sarebbero presentate durante la serata.

per iniziare a scaldarmi ispezionai tutto lo store, scattando foto per abituarmi alla luce ambiente. e, del resto, sapevo che qualche immagine degli abiti mi sarebbe potuta tornare utile in sede di proposta successiva al cliente. quando iniziarono ad arrivare i primi clienti iniziò il lavoro vero e proprio. non snaturai per nulla il mio approccio abituale, anzi devo dire che tutto il lavoro fu molto simile a quello che faccio in strada. ricordo che utilizzai anche il flash a la gilden, e che il divertimento fu non solo mio, ma anche per i clienti che si mostrarono sorpresi, ma ben disposti a farsi ritrarre. è davvero un peccato che, trattandosi di lavoro in esclusiva, di quell’assignment non possa mostrare nulla, perchè rivedendo le foto oggi sono ancora abbastanza soddisfatto di quello che riuscii a combinare in quell’occasione.

un lavoro svolto con dinamiche da fotoreporter, anche perchè, successivamente all’evento, lavorai tutta la notte all’editing e all’invio delle immagini selezionate, che dovevano arrivare prima possibile sul “banco” degli art directors del famoso marchio di  moda. ma perchè vi racconto questo? stavo riflettendo su quanto sia semplice definirsi fotografo. su quanto tale definizione sia quotidianamente svilita non solo dai social, ma dagli stessi media. pensate che uno come fabrizio corona continuano a chiamarlo fotografo, nonostante non abbia fatto una foto in vita sua.

ma fotografi non sono neanche coloro che quando fa freddo non escono per andare a fotografare. non lo sono quelli che possono solo fotografare il sabato mattina. e fotografi non possono esserlo coloro che fanno solo street photography e postano su gruppi, al massimo partecipando a qualche festival dedicato al genere. tutta robaccia, avrebbe detto mio nonno, col suo toscanaccio di costa.

mi viene da sorridere quando leggo certi blogs a supporto delle regole, del croppare o non croppare, per esempio. è sciatteria, per chi col medium fotografico ci lavora. non si tratta mica di un codice di comportamento, la mia posso dirvi è proprio un’esigenza. che magari ad un altro non può fregare di meno: tutto dipende da quello che facciamo con la fotografia e nella fotografia. a me, e basandomi sui clienti che ho, viene utile non croppare e neanche fare eccessivo make up delle foto. conosco fotografi che si sarebbero impiccati nel leggere le linee guida del lavoro commissionatomi da leica camera ag. roba che sarebbe stato divertente da proporre a steve mccurry…capirai: niente crop, niente editing eccessivo, 75% delle immagini a colori, una piccola percentuale di foto che danno il senso di movimento e, soprattutto, inviare i raw per mostrare la genuinità e, di fatto, che non si è barato.

poi aggiungici che la fotocamera che ti arriva, ci ha messo del tempo a entrare in tuo possesso per via di storie assurde alla dogana messicana (che mi volevano far pagare 1000 euro di tasse) che ha una scala di apprendimento più alta di certe altre fotocamere, e che il lavoro lo devi iniziare immediatamente perchè mancano solo due settimane alla scadenza per la consegna del lavoro. ma il lavoro lo devi portare a termine, e dunque non c’è altra soluzione che dare e fare il massimo per realizzare  quello che ti ha chiesto il cliente. e lo fai.

lavorare con leica, in effetti, è stata una bella prova. il cliente è esigente, giustamente aggiungo io, anche perchè paga davvero bene, e quindi devi fare un lavoro non solo all’altezza: devi superarti. oggi vi dico che quel lavoro lo farei anche meglio (la fotocamera nel frattempo la conosco alla perfezione), ma sono abbastanza soddisfatto del risultato. e, come fotografo di reportage e commerciale, ho potuto arricchirmi di un’esperienza davvero importante. oltrettutto con la soddisfazione di vedersi pubblicare il reportage nel catalogo di leica x in tutto il mondo, tradotto pure in cinese.

ecco, si, vanno bene le soddisfazioni della strada, fanno piacere gli attestati di apprezzamento e l’attenzione per il proprio lavoro come street photographer. ma poi c’è altro che appare essere un vero certificato: essere pubblicati, e riuscire a realizzare un lavoro assegnato da un cliente. c’è sempre una certa inquietudine, una tensione prima della realizzazione di un lavoro, ma credo sia propedeutica al lavoro che si sta per svolgere, perchè sei teso a fare in modo di farlo nel migliore dei modi, al massimo delle possibilità.

a me, se chiedessero che cosa significa essere fotografo risponderei che è una persona che guarda il mondo, servendosi di uno strumento, la macchina fotografica, e ogni tanto riesce a cogliere in maniera brillante una certa situazione e un dato avvenimento, uno che prova, che si sforza di creare immagini significative ed originali. un fotografo, un bravo fotografo intendo, è quello che è in grado di trovare qualcosa, abile a raccontarlo, emozionando. e una buona fotografia è quando c’è un buon bilanciamento tra forma e contenuto.

in questo blog, già ne abbiamo parlato, a proposito del concettuale, anzi peggio, del troppo concettuale in fotografia. per quelle stesse ragioni , possiamo dire che oliviero toscani sia un eccellente comunicatore, un provocatore assoluto magari, e un appena sufficiente fotografo (e sono buono perchè il maestro scianna lo definisce senza troppi giri di parole un  piccolo fotografo)  e anche per questo in un programma per fighette come master of photography mettono lui come giudice, mica me.

proprio ieri mi sono ritrovato ad una mostra di fotografia, qui a città del messico: reflexiones di antonio turok, mi ha fatto scoprire un grande fotografo, attento, non a caso un fotoreporter, non come quelli che fotografano vasellame, degno della grande tradizione dei capa, mccullin, natchwey, nick ut, uno che insomma si è fatto le guerre in nicaragua e el salvador, e che ha ritratto la vita in chiapas, san miguel de allende e, ovviamente, città del messico. se credete che stia esagerando nell’accostamento con certi nomi, provate a fare una ricerca su google. insomma, un vero fotografo.

mi perdoneranno i signori delle imitazioni, quelli che scimmiottano alex webb, bruce gilden e martin parr, ma io la differenza un pò la faccio, tra chi lavora con la fotografia per davvero, non importa se come artista o artigiano, a volte (molte volte) gli umili mestieranti sono meglio di chi sospira pensando alle gallerie d’arte…perchè il fotografo che lavora sta sempre in trincea: una cosa è fare foto per te stesso e un’altra è lavorare col fiato sul collo e sul dover rientrare con un lavoro che ti hanno assegnato.

 

 

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