la fotografia, una scusa per raccontare

osservo. osservo e fotografo. e più osservo e più mi convinco che la fotografia non è niente senza una storia. e non sto parlando esclusivamente della storia che presenta l’immagine, ma anche di quella del fotografo, della sua presenza e coinvolgimento nella foto che ha realizzato. e, dunque, posto questa foto:

dscf0052-2

una foto, in buona sostanza, di macchine parcheggiate. oggi vi voglio parlare di una storia di compromesso. il compromesso del raccontare che mi lega alla fotografia. quello che mi fa dire, a voce alta, usando questo blog, che non esistono solo le breaking news nel fotogiornalismo. mentre ammiriamo e facciamo un monumento, e lo dico senza alcuna ironia, a coloro che vanno in zone di guerra a documentare, al tempo stesso rivendico l’importanza del documentare il quotidiano e le storie (i progetti) che hanno bisogno di una lunga elaborazione – gestazione? – per apprezzarne il loro reale valore. conosco e apprezzo fotografi che hanno progetti di anni. credo che il valore di reportages che non finiscono in una notte o in mezza giornata sia da considerare di più.

perchè il fotografo che li sta realizzando sta mettendo in gioco realmente se stesso, trasformando il suo quotidiano in qualcosa influenzato anche dal progetto che sta portando avanti. fatto è che ci sono progetti da venti foto e progetti che non possono essere valutati in numero di foto proposte. si va ben oltre questo concetto numerico.

ciò che sto realizzando, ad esempio, con il progetto dedicato ai barrios, è qualcosa che trascende la normale documentazione, per il semplice fatto che io sto vivendo in un barrio, e dunque quello che sto mostrando è parte di me. a volte, la sensazione è simile ad avere un diario intimo. io non vado, io non mi reco a fare foto, come potrebbe fare qualcuno a cui viene assegnato un reportage. se parliamo del mio reportage nei barrios, i quartieri popolari in messico, si tratta di un progetto personale e, dunque, c’è molto investimento nella mia storia e nel mio vissuto quotidiano. non possiamo parlare di lavoro asettico, di un fotografo che mostra quello che osserva, ma comunque da persona non intimamente coinvolta. naturalmente si può essere coinvolti in maniera estrema anche in una documentazione di una manciata di minuti, ma è diverso dare voce a qualcosa che è la mia vita qui in messico, rispetto a che un’agenzia mi invii su un territorio a fare foto.

portando all’estremo l’approccio di hunter s. thompson, con il quale mi confronto sempre nella mia ricerca fotografica e giornalistica, utilizzo sempre la fotografia come una scusa per raccontare. da sempre ho chiarito che il mio fotografare in strada sia sempre una ricerca di documentazione: non potrei mai accettare di limitarmi all’effetto scenico, all’estetismo fine a se stesso: quando mi accorgo che una fotografia che ho fatto non abbia un qualche valore documentaristico la scarto ed evito di considerarla per una pubblicazione.

con riferimento specificatemente a questo lavoro nei barrios, rivendico l’importanza di mostrare un volto del messico che nessuno (o pochi) sta raccontando, prendendomi dei rischi sicuramente. ancora non so di tutto il materiale che sto raccogliendo, certamente se e quando ne avrò voglia non sarà solo una collezione di fotografie perchè ho tante storie da condividere.

la fotografia, del resto, è solo una scusa per raccontare.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...