la terra di mezzo

questa la lettera di ernst haas diretta a wilson hicks, direttore di life magazine, nel novembre del 1949. è giusto premettere che al tempo life era considerata la più importante rivista di fotogiornalismo del mondo: “ci sono due tipi di fotografi: quelli che fanno foto per una rivista con l’obiettivo di guadagnare qualcosa, e gli altri, quelli che fanno foto alle quali sono interessati. io faccio parte della seconda categoria. non credo nell’idea che il successo sia diventare un famoso reporter nel minor tempo possibile. credo che il successo del lavoro di un uomo sia come lo sviluppo di un vero e proprio essere umano, consapevole nella sua connessione in vita fra la terra e il cosmo; una persona in grado di capire gli errori, e in grado di ammirare le realizzazioni,  i successi ddegli altri.ho sempre preferito prendere un rischio invece che cercare un percorso più facile,  per le cose  in cui credo. sono abbastanza giovane per farlo, e sono pieno di energia,  fiducioso di poter raggiungere il mio obiettivo. preferisco essere notato, un giorno, prima per le mie idee e solo in seconda battuta per il mio buon occhio. forse penserete che non ho i piedi molto per terra, ma se un fotografo vuole mostrare una visione d’insieme, deve puntare in alto. quello che voglio fare è rimanere libero, in modo da poter realizzare le mie idee. non credo che ci siano molti editori che mi possano dare le commissioni che io mi do

stiamo parlando di un contesto storico che vedeva la fotografia, in particolare quella di reportage, nel suo punto massimo di popolarità: non è un caso che di quel periodo si parli di epoca d’oro del fotogiornalismo. eppure anche così, quel rifiuto, appare essere tonante. facendo, ora, per un attimo, dell’anacronismo storico, possiamo rivelare che haas fu un pazzo a formulare quel gran rifiuto. nonostante, come sappiamo, questo non impedì affattoa haas di perseguire quel suo puntare in alto: e infatti chiunque conosca un pò la storia della fotografia sa chi fu questo fotografo.

è attraverso le parole e i sentimenti espressi in quella lettera che possiamo riflettere sui differenti approcci che un fotografo, anche oggi, si trova a poter avere. oggi, sappiamo tutti come sia molto difficile pensare di poter lavorare per un solo giornale o rivista. i tempi sono decisamente cambiati. e la maggior parte di coloro che fanno i fotografi di professione lo fanno a patto di mostrare duttilità e pragmatismo. un fotografo oggi, salvo chi è già entrato nell’olimpo, è un professionista in grado di proporre una gamma di servizi diversi. il fotogiornalismo, tranne rare eccezioni, paga poco o pochissimo: mi sono imbattuto di recente nel listino del corriere della sera per i fotoreporters e c’è da sentirsi male. è chiaro che oggi l’idea di uno che viene pagato per far foto, con tutti questi “fotografi” in giro a cui puoi rubarle o pagargli una miseria, sia diventata anacronistica.  io una sola volta sono stato pagato 10.000 euro per una storia fotografica, ma questo non capita sempre. spesso ci sono fotografi, colleghi, che una cifra del genere non la vedono mai. magari va meglio a qualche fotografo di matrimonio: ancora ci sono chances di viaggiare su quelle cifre. e poi, ancora, nella moda.

dunque, oggi possiamo affermare che diviene più difficile formulare un rifiuto così sonoro come quello di haas al direttore di life. oggi ci sono fotografi che farebbero qualunque cosa per entrare in una rivista del genere. eppure ci sono ancora due categorie di fotografi, che possiamo riconoscere nel fotogiornalismo: quelli che fanno foto con l’obiettivo di richiamare l’attenzione verso di sè, i fotografi che puntano all’award per arrivare oggi, in mancanza di riviste come life, alla fama in maniera rapida e indolore, e coloro che, mettendo molto di loro stessi in gioco, si preoccupano di raccontare genunamente il mondo, perseguendolo in maniera disincantata, senza particolari smanie di popolarità, quando si tratta di affrontare un lavoro fotografico.

abbiamo visto negli ultimi anni una rincorsa a raccontare il sangue e la morte. e abbiamo visto tanti clichè. abbiamo tutti visto le foto patinate, plastificate, posterizzate, di veri fatti, ma presentati quasi sempre come la pubblicità della lancome. c’è ancora qualcuno che si infila in un gruppo di tossici per documentare, credendo di proporre chissà quale novità. talmente innovativa come idea, che si vede praticamente ogni anno proposta ad un famoso award. e abbiamo visto e ancora vediamo tanta miseria raccontata, poche volte rappresentata con dignità, spesso, purtroppo, spettacolarizzandola, facendone un porno delle tragedie umane.

è chiaro come quei fotografi stavano e stanno sfruttando qualcosa che paga, qualcosa che è richiesto dai media. e affermo questo nella consapevolezza che non tutto sia da inserire in questa categoria: credo che molti fotoreporters stiano facendo un grande lavoro in zone di guerra, presentando anche immagini crude e di violenza efferata. ancora una volta è l’occhio del fotografo e, da osservatori, sta a noi, con le spalle larghe di una buona cultura visuale, a riconoscere il prodotto genuino, sincero, rispettoso da quello voyeuristico, compiaciuto, privo di empatia.

mentre scrivo, ho davanti agli occhi il lavoro di haas, l’uomo del grande rifiuto: innovativa street a colori, ma anche astrattismo e concettuale (di quello buono) e penso al fatto che in effetti lui fosse interessato a realizzare un tipo di fotografia diversa da quello che fu il trademark della famosa rivista americana. quel rifiuto aveva un senso.

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