vizi e virtù della fotografia antropologica

la fotografia antropologica ha ancora le sue virtú, una innata nobiltá e la sua ragion d’essere. a patto che non si abbassi, come spesso accade nel pittoresco e nell’esotismo folcloristico.

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ho fatto queste foto a oaxaca. sono le prime immagini che potete vedere di un progetto a cui sto dedicandomi, studiando e facendo molta ricerca.

capita che mi sto questionando molto sul ruolo e il valore oggi di perseverare nel fare un certo tipo di fotografia documentaristica, soprattutto osservando certi lavori realizzati con le comunità indigene messicane, ma anche ponendole in relazione a certa fotografia che, oggi, i fotografi contemporanei italiani stanno facendo nel sud italia. sto confrontando questo tipo di investigazione visuale con quello che è il mio approccio ed interesse fotografico. mi rendo conto di quanto sappia ancora pochissimo degli indios che popolano il messico. e nel non saperne abbastanza, mi faccio delle domande su quanto difettosa possa essere la mia visione di fotografo nelll’approcciare visualmente il tema.

mi dico che può, forse,  essere interessante dare una rappresentanzione ora di quello che io vedo e penso sia. e sarà ancora più interessante metterlo in relazione quando sarò in una tappa intermedia e alla fine di questo percorso di apprendimento.

sono passati pochi anni, se ci pensiamo bene, da quando si vedeva al mondo indigeno con l’occhio e la nostalgia di pensarli in via d’estinzione. questa convinzione culturale era forte ancora negli anni ’70: pensiamo soltanto all’esotismo del viaggio in india, o in africa.

i fotografi realizzavano lavori con l’idea di immortalarli per le sezioni etnografiche dei musei di antropologia. si fotografava un modo di vivere con l’idea di presentare qualcosa di superato, e che la modernizzazione grazie alla tecnologia avrebbe cancellato certe culture.

è stato un  bene che ci siano stati quei fotografi: in effetti la modernizzazione ha cancellato molte cose, come case fatte con terra e tetti di palma. nel frattempo sono cambiate le condizioni di salute in molti luoghi, sia pur persistendo condizioni di estrema carestia in diverse parti del mondo.

tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso abbiamo assistito a come certa fotografia “esotica” abbia rappresentato una forma di conoscere altri mondi, diversi, estremamente diversi dalle nostre abitazioni occidentali. i documentari antropologici erano come poesie bucoliche. lo sviluppo però non ha dissolto come si pensava certe culture e forme di vivere, le ha cambiate, magari le ha integrate con certi ammodernamenti e comodità di oggi. nessuno aveva previsto, ad esempio, che il bilinguismo che prima era vissuto come qualcosa quasi vergognoso, divenisse quello che è oggi, ad esempio qui in messico: una precisa volontà di recupero identitario, peraltro appoggiato ed incentivato, giustamente a mio avviso, dalle istituzioni culturali dei diversi stati della repubblica messicana. pensate che nella sola oaxaca ci sono 17 comunità diverse e si parlano tre lingue: zapoteco, mixteco e, ovviamente, spagnolo. oggi, per fortuna, le comunità indigene sono ben più rilevanti che nel secolo scorso, e sia pur vivendo situazioni di pesante disagio sociale (penso alle scuole rurali) si registra una presenza più che mai attiva, fatta di mobilitazioni e proteste politiche. il cambio è avvenuto certamente in molti che non indossano più gli indumenti tradizionali, ma quelli della produzione in serie, con scarpe adidas e nike, t-shirts di calcio o di qualche gruppo rock, ma questo non cambia la loro identità orgogliosa indigena.

e dunque il cambio dev’essere ravvisato, oggi, da chi fotografa, non cedendo e concedendo terreno all’esotismo, evitando di documentare ancora in maniera retorica e dunque falsa, che anche negli anni ’70 in tutto il mondo, veniva rappresentata la vita di queste genti.

al pittoresco, all’esotico, perchè insolito e differente, continuano a guardare certi approcci di fotografi che vanno in india, in tibet, in africa per fare quelle foto che hanno visto fare ad altri fotografi del secolo scorso. si perpetua una visione che non è più attuale, e forse non lo era neanche a quel tempo. perchè anche in quei tempi vi erano proteste del mondo contadino, e chiari segni di appoderamento di diritti sacrosanti, ma era meglio comunque offrire l’allegorico, perchè anche oggi in grado di tranquillizzare chi ha certezze che il mondo debba seguire certi parametri. si preferisce dare in pasto al mondo, l’idea del paradiso perduto, e non le immagini dei contadini in lotta per la loro terra. e si preferisce tacere a grandi latitudini del fatto che esistono comunità che vivono di autogestione, perchè come lo spieghi a chi si dice convinto che la democrazia sia la unica forma di vivere e organizzare una società?

oggi la fotografia antropologica ha una grande missione davanti a sè: raccontare i fatti per come sono veramente, lontani dalle licenze poetiche e sentimentali, lontani soprattutto da un stereotipo, un raccontare il mondo in una maniera falsa e vilmente retorica, tranquillizzante, oppiacea per le masse.

come fotografo e come giornalista,  io sento questa necessità pressante, tenendo presente che le fotografie sono registrazioni contemporanee che sopravviveranno. quali foto vedremo in venti anni? vedremo e vogliamo vedere il revival nostalgico del ventesimo secolo, o piuttosto vogliamo rappresentare l’orgoglio, la nuova identità e la sua nuova forza delle comunità di oggi?

è per questa ragione, io credo,  che noi fotografi documentaristici di oggi, abbiamo un dovere: essere i medium per trasmettere questa realtà, scevra finalmente della ricerca etnografica del passato, sapendo che le immagini che si realizzano oggi possano essere uno strumento salvifico per la comprensione del domani. un domani finalmente diverso, anche grazie al lavoro di chi fa fotografie.

 

 

 

 

 

 

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