il continuum fotografico

tutti i fotografi che ammiro si contraddistinguono per una caratteristica fondamentale: la capacitá di presentare un linguaggio personale. qualcuno lo chiamerebbe stile, ma a parte che non considero sia la stessa cosa, lessicalmente proprio non sopporto quel termine: é altezzoso.

non é un caso che nelle mie letture di portfolio io abbia optato per la definizione forza autoriale.

tale forza autoriale la possiamo trovare certamente nello scatto singolo, ricordando che una foto buona dovrebbe essere una summa di questi elementi:

  • forma (ergo la composizione e l’estetica);
  • una storia (un contenuto significativo);
  • un punctum, scomodando roland barthes;

 

e se volessimo valutare un fotografo? sebbene in una foto ci possa essere un elemento rivelatore del fotografo che abbiamo davanti, appunto la sua forza autoriale, certamente nessun fotografo puó essere valutato per una sola foto. al massimo ci possono essere fotografi che vengono ricordati per una sola foto, e dunque entra in ballo quello che io chiamo il continuum fotografico, ovvero quello che ho scritto in apertura di articolo: la capacitá di presentare un linguaggio personale.

il continuum fotografico é il linguaggio intimo, personale del fotografo autore: quello che nel bene o nel male lo differenzia da tutti gli altri. pensate al linguaggio verbale: é un insieme della lingua parlata, il modo in cui la si parla, includendo inflessioni dialettali e gergali, e il tono della voce, quest’ultimo rispetto agli altri non acquisito, ma ricevuto per natura.

allo stesso modo dovremmo giudicare il continuum fotografico, che quindi sará inevitabilmente rappresentato per ogni fotografo da:

  • background culturale, includendo pertanto la conoscenza visuale;
  • carattere, includendo emotivitá;
  • interessi personali;
  • percorso di vita;
  • esperienza e conoscenze tecniche, nello specifico della fotografia;

chiaramente la conoscenza visuale genererá preferenze su altri autori, finendo con rappresentare le influenze del fotografo. per dirla con bresson nessun fotografo puó esimersi dall’utilizzare testa, occhio e cuore nell’atto di fotografare. quest’operazione puó avvenire piú o meno con successo, certamente dipendendo dai coefficienti sopra citati.

in ogni caso, essendo fotografi, dobbiamo essere consapevoli di quello che facciamo. in questo spazio ci piace scrivere di fotografia in un modo che nessuno o ben pochi fanno, soprattutto su internet, e dunque parliamo di quello che si fa mentre si lavora: un fotografo, abbiamo detto, non puó valutarsi, nel bene e nel male, per una sola fotografia. e, per un fotografo, c’é sicuramente l’episodio unico, corsaro, glorioso della foto singola, ma soprattutto ci sono i reportages, le storie, e poi i libri e le mostre a presentarlo per davvero.

pensatevi in azione, non importa se parliamo di tre ore che dedicate a voi stessi a fare street photography al centro, o alle prese con un servizio fotografico, una qualche copertura che dovete fare per la vostra agenzia. vi sará sicuramente capitato che fotografate, sapete giá di avere una foto buona, eppure continuate a fotografare e no, non intendo procedere a raffica, quello lo lasciamo a chi ha scambiato la fotografia con qualche mestiere tipo cecchino: fotografare in automatico e come un automa ha come risultato di trovarsi tantissime foto da cui scegliere e a quel punto perch´non vi fate una videocamera, fate filmati e non ci pensa piú…quello é un andare a culo e non ha niente a che vedere con la fotografia. perché vi perdereste la memoria, fareste un gran caos, non avreste piú un’idea chiara di quello che erano gli eventi del momento.

un reportage, una documentazione di un evento si fa viaggiando alla stessa velocitá dell’evento. di solito si fotografano persone. si hanno contatti umani. il fotografo non puó e non deve essere un corpo estraneo al contesto. ho conosciuto fotografi che si ubriacano e ballano insieme ai convenuti. decisamente mglio di chi se ne sta in disparte, magari con un cannone invece di una lente, senza mai essere parte di quel che si sta vivendo. i risultati si vedono poi: zero empatia, nessun effetto partecipativo da parte di chi poi osserverá l’immagine. se non ti immergi nella folla, vali davvero pocoi come fotografo.

il compito del fotografo é sempre sull’orlo del precipizio: osserviamo la realtá e bisogna essere lesti a catturarla perché l’attimo dopo sará troppo tardi, andata per sempre. un attimo di esitazione e dimenticati quella foto perché giá é sparita.

il continuum fotografico é un  insieme complesso che permetterá di creare lo storico e quindi il profilo di ogni fotografo. anche raccogliendo immagini singole troveremo una complementaritá, potremo riconoscere quale linguaggio é e a chi appartiene.

di fronte ad un continuum fotografico sappiamo riconoscere quel fotografo nel tempo. di scatto in scatto, di reportage in reportage, troviamo l’identitá, l’impronta unica del fotografo.

 

 

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