Ricevi la foto, ringrazia e stai zitto

I fotografi generalmente tendono alla megalomania. L’impressione che si ha, parlando con molti, è che se la vivano e si atteggino da artisti. Eppure tutti quei fotografi che ritengo essere più interessanti, quelli che hanno davvero qualcosa da dire, hanno un atteggiamento più tranquillo, evitando menate da grandeur.

Già ho scritto su queste pagine, che considero il mestiere di fotografo appartenente all’artigianato. E che quando uno ha smanie di artista, di solito, è solo un patetico superbo.

I dipinti si fanno, le fotografie si ricevono, è il mondo che si scrive da solo. Il fotografo è un interprete, non è un creatore, non è uno scrittore di luce. – Ferdinando Scianna

Trovate questa frase in una bella intervista realizzata da Maledetti Fotografi. Cliccate qui per leggerla.

M’è capitato di trovarmi in un festival dove ho dato una conferenza, e dove ho assistito a quelle di altri fotografi. Le cose più imbarazzanti venivano dette da fotografi concettuali che mettevano in fila pillole colorate. Se per me la fotografia fosse solo quella, io non farei il fotografo.

L’idea che le fotografie si facciano e non si ricevano è un concetto duro a morire presso molti fotografi: loro intendono che la fotografia debba essere pensata. Ma proprio quell’atteggiamento è spesso foriero di creare le fotografie, invece che aspettare un momento che viene per una serie di coincidenze in cui il peso specifico è dovuto soprattutto non al fotografo, che comunque deve essere abile a coglierlo il dato momento, ma alla situazione che si presenta.

Questa idea del “io faccio la luce…io faccio l’ombra…” tu non fai proprio niente. E’ la realtà ad organizzarsi per permetterti di fare. Almeno per chi fa fotografia documentarista. Quello che si mette sul pavimento di casa sua a mettere in fila pillole colorate, chiaramente avrà un’ìdea diversa. Purtroppo, nonostante la fotografia sia nata ufficialmente nell’ormai lontano 1839, ancora molti hanno un’attitudine alla fotografia che riprende l’idea dei pittori. Lo vediamo con chi vorrebbe applicare le leggi della pittura alla fotografia, come se fossero due cose simili.

E dunque, coloro, che si affannano a voler dichiarare il loro essere artisti e illudersi di creare una cosa dal nulla – quella è la pittura non la fotografia, glielo diciamo? – attaccano l’idea che la fotografia si riceva. Gli anglofoni ne fanno una distinzione di una sola lettera: to make e to take. E se tu dici “I take a photograph” ti scambiano per una turista agli scavi di Pompei.

E sempre dalla lingua Inglese, troviamo quel termine che qualcuno di questi artisti della fotografia lo ritiene essere quasi blasfemo: snapshot. Per snapshot si intende una foto che abbia un’estetica di istantanea. Sottintende, per molti, una foto fatta con istinto, senza curarsene troppo, appunto senza crearla, ma ricevendola. L’accezione è pertanto negativa, e molti tendono a liquidare brutte, dimenticabili immagini come snapshot. Anche io, a volte lo faccio, per convenzione, ma non attribuisco sempre e comunque al termine un significato negativo.
Se prendiamo uno come Daido Moriyama e molta della fotografia Giapponese, vediamo come la snapshot aesthetic,  sia l’essenza della sua proposta.

E, se conosciamo la Street Photography, dovremmo sapere benissimo come si tratti di un elemento dello stile documentaristico che ha capacità di catturare la vita quotidiana, in tutta la sua bellezza ma anche il brutto,  in grado di mostrare un momento nella sua più grezza e sincera veste. E, dunque, siete ancora così sicuri che il termine istantanea sia così dequalificante?

Personalmente ho sempre rivendicato l’importanza dell’istinto nella fotografia di reportage. In genere questo tipo di approccio creativo lascia spazio ad un raccontare attraverso formule anarcoidi dal punto di vista della forma, certamente più personali.  Se prendiamo, ad esempio, fotografi del calibro di Stephen Shore e William Eggleston vediamo come i loro scatti siano caratterizzati dall’inquadratura apparentemente banale.

E’ l’estetica snapshot che attraverso la giustapposizione di idee, colori e composizione, celebra la poesia del quotidiano. Il rigore formale, per certa fotografia, raramente vince. C’è sempre un guizzo, quello che io chiamo forza d’autore,  che permette di trasgredire le regole, e ritrovarti con una foto in cui l’imprevedibilità del momento, le sue variabili, permettono di trovare una foto. E allora,hai voglia a dire che tu hai creato la foto.

Questo tipo di approccio è salito alla ribalta negli anni ’60 e da allora ha influenzato in maniera preponderante tutta la fotografia documentaristica. 

Quello che il serioso e noioso creatore di immagini considera sciatteria visuale è quello che ha reso, di fatto, obsoleto anche il concetto e la comodità del teorema del momento decisivo. Qui, sia ben chiaro, non stiamo facendo l’apologia del fotografare a caso. Una fotografia, una buona fotografia non può prescindere dalle tre Marie, ovvero: contenuto, composizione e qualità tecnica. Ma non sono nel modo in cui la pensano alcuni saccenti che restano intrappolati in forum generalisti sulla fotografia. Non si può prescindere da pratica ed esperienza per risolvere con successo,  e dovremmo sempre ragionare in termini di inquadratura ed occhio attento per poter affrontare con successo una buona fotografia.

Ma in fotografia, e nella fotografia di reportage in particolare, la foto si riceve. Si riceve grazie ad una serie di eventi e coincidenze che ci portano a vedere, riconoscere e documentare il momento attraverso la nostra macchina fotografica. Non stai creando qualcosa dal nulla come davanti ad una tela bianca per un pittore. Credo che ci sia una bella differenza tra fotografare e dipingere. Pensalo, quando la prossima volta affermi che dipingi con la luce.
Accetta piuttosto il raccolto, come un bravo contadino, ringrazia e stai zitto.
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