Allenamento al sacco

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Sapete una cosa? Nonostante sia conosciuto per la street photography, per tutto l’impegno che metto nella sua diffusione, il mio focus sono i reportages.

E penso alla fotografia di strada come al sacco da boxe per un pugile. Ecco, si, credo che l’esempio fatto sia abbastanza calzante. Ripeto spesso, anche su questo blog, come a me la fotografia di strada ridotta a barzelletta non dica nulla, anzi,  a dirla tutta, mi intristisce.

Estendendo l’esempio fatto potrei arrivare a dire che se immaginiamo la street photography come un sacco da allenamento, allora possiamo comprendere come tutta la preparazione di un pugile non possa essere ridotta solo a questo, ma a tanti altri esercizi e, inoltre, dovremmo includere anche la dieta e tutto quello che lo condurrà fino al giorno dell’incontro con un avversario. Ecco, il giorno del combattimento può essere dunque considerato il giorno di un assignment, il giorno in cui ci si trova sul campo a fare un servizio fotografico.

Ritengo essere la fotografia di strada molto importante, solo quando non legata al singolo scatto, ma come una ricerca personale e definita da una visione progettuale. Quando penso alla mia fotografia non penso ai singoli scatti, ma ai progetti che sto portando avanti: Italia Dolce Vita, il mio lavoro nei barrios, il progetto dedicato alle donne…anche quando mi furono chiesti tre scatti a Los Angeles per la competizione You Are Here, tutti gli altri erano concentrati a tirare fuori tre scatti, tre singoli scatti che andassero bene per la galleria. Io ragionai in altra maniera, decidendo di darmi un assignment e da lì nacque l’idea delle foto dei riflessi alla vetrina.

Su questo blog già abbiamo parlato sull’importanza di un approccio progettuale e sulle tendenze a imitare il modello Parr e il modello Webb da parte di molti. Ma direi che tutto il focus di questo blog è costruito su un’idea di fotografia memore del passato, piuttosto che sulle smanie impazienti di oggi. Con questo blog sto provando a offrire una riflessione sullo stato della fotografia documentaristica oggi, sulle cose che mi piacciono e su quelle che proprio non digerisco. Ovvio, si tratta sempre di opinioni personali, prendetele per quello che sono, ergo non vi incazzate.

Mi si chiede, giustamente,cosa sia una fotografia di reportage con uno stile Italiano, perchè si dovrebbe proporla ed incentivarla: i nomi, ahimè, sono quelli di sempre, perchè purtroppo, la maggior parte dei contemporanei si rifanno a dogmi non nostri. Mi dico che bisogna essere ottimisti, che nonostante tutto ci sono buonissimi fotografi Italiani che fanno gli Italiani, ma poi vedo l’eccessivo seguire la corrente, e il movimento non è un movimento, nonostante sia pieno di collettivi Italiani e dunque forse stiamo parlando di una creatura dalle ali di cera che prima o poi bruceranno. Proviamo ad andare oltre quella che è una estemporanea vittoria ad un festival, non sono quelli i goals che daranno un vero risultato alla fotografia Italiana.

La fotografia di strada può essere un buon allenamento al sacco. Però le vere prove sono altre.

A proposito di collettivi Italiani mi chiedo e vi chiedo: quali sono coloro che stanno facendo secondo voi qualcosa di vicino alla nostra storia e tradizione? Lo dico per stimolare e incentivare una discussione il più possibile aperta e senza alcuna polemica. Su queste pagine ho presentato un’intervista al gruppo mignon di Padova, che mi pare sia abbastanza autoctono. Poi chi altri? Mi viene in mente forse Spontanea, in cui c’è l’amico Umberto Verdoliva. Poi? Fate qualche nome?  Però, per favore, evitiamo di inserire i barzellettieri.

Non sono un ingenuo, so perfettamente come nell’epoca d’oro del fotoreportage Italiano si guardasse oltreconfine, alla Francia ad esempio, come modello di riferimento. Ma i nostri fotoreporters e documentaristi riuscirono egualmente a dire qualcosa di profondamente fedele alle nostre unicità, spruzzando con abbondanti dosi di neorealismo la forma del raccontare l’Italia.

Ora viviamo in un  periodo storico completamente diverso, la nostra società è cambiata, il mondo è diventato ancora più piccolo e ha finito con l’omogeneizzarsi, anche nelle idee. Oggi un fotografo Italiano può conoscere nel dettaglio cosa fanno i loro colleghi in Cina o in Australia, e quindi ci si ritrova spesso davanti a proposte fotografiche simili. E’ un pò come una colazione continentale in un albergo, può risultare essere anche deliziosa, ma è priva di anima, di identità.

A volte, non vi nascondo, sono anche stuzzicato dall’idea di creare una collettiva Italiana, ma dovrebbe essere diversa per approccio e obiettivi da tutto ciò che è proposto in giro. E, dunque poi, perdo entusiasmo. Soprattutto alla domanda…ma davvero abbiamo bisogno di un’altra, l’ennesima collettiva?

Da qui possiamo cominciare a dibattere se volete. Scrivete, di preferenza, un commento sotto questo post, o contattatemi in privato.

***EDIT***

Stuzzicato in altra sede, mi viene chiesto per quale motivo si debba ricorrere allo stile di chi ci preceduto, e dunque rispondo. Io non parlo di seguire o perseguire lo stile di chi ci ha preceduto. Mi pare lo facciano giá fin troppo fedelmente gli imitatori di Parr e di Webb, mentre Gilden giá é un pó passartto di moda…

Credo che la fotografia di reportage Italiana debba tenere conto di dove si faccia, esattamente come quella fatta in Messico, in Cina o in altra parte: proporre il modello Inglese piuttosto che quello Italiano in cittá Italiane, sia ben chiaro, sempre se ci interessa mostrarle ste benedette cittá e non fare la solita fotografia paracula, avulsa e decontestualizzata, un pó come Benigni fa i suoi film, si vinci gli oscars, ma che stai raccontando dell’Italia…magari se voglio comprendere l’Italia mi affido ad altri registi…I Barzellettieri: cercare il cartellone e la giustapposizione, invece che andare a cercare vita reale. Insomma, quando si comincia tutti lo abbiamo fatto il giochetto visuale, ma proporlo poi in qualche collettiva, o addirittura in mostre, mi sembra esagerato. Mi fai ridere una volta, due, alla terza hai rotto il cazzo.

Mi é stato anche chiesto di fare nomi e cognomi, ma io mica sono qui per fare guerre: se ho qualcosa da dire a qualcuno gliela dico direttamente e non lo inserisco in una lista di proscrizione su un blog, soprattutto un blog come questo che sta facendo domande e proponendo un dibattito. E quindi  ho risposto: Non credo sia necessario fare nomi e cognomi. Se qualcuno si sente chiamato in causa, o ci riflette e la prende per quello che é un post di un rompipalle che peró non segue le conventicole, e quindi si puó fare una risata o magari pensarci un pó su. Se poi uno si sente sempre chiamato in causa ad ogni post che appare su internet, magari dovrebbe guardarsi il fondoschiena e vedere un pó se magari gli sia spuntata una coda di paglia.

Ora credo sia giusto nei confronti di questo blog e questa piattaforma discutere direttamente qui, e quindi rimando ogni discussione ai commenti che potete fare qui sotto e non su facebook. Grazie.

 

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8 Comments

  1. Ciao Alex. Io considero la street Photography, o ancora meglio, la fotografia di strada, oltre che una palestra eccezionale anche una sorta di immenso blocco note su cui prendere appunti. Appunti sulla luce, appunti, sulla tecnica, ma soprattutto appunti sull’esperienza, su quello che vedo e che in qualche modo attira la mia attenzione, quello che in qualche modo mi ispira, mi fa pensare, mette in moto qualche cosa che senza la strada rimane li assopito e dormiente. La strada alla fine è una palestra di vita e alla fine la fotografia cos’è se non una nobile espressione della stessa?

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  2. Interessante spunto. La street photography è un esercizio di stile, concordo. Fa bene se si riesce a trasferire su altro l’approccio istintivo e surreale. Fossilizzarsi sulla street photography come scelta di vita mi sembra arido e noioso. Ma sono convinto che esista un approccio italico alla materia, preferisco un panino alla mortadella al Big Mac, preferisco una 128 Sport ad una Ford Mustang. Al di là dei giudizi il tempo dimostrerà quello che è valido e quello che interessa al Mondo della fotografia italiana. (Un “non fotografo” che fa altro nella vita e che si diverte a fare quello che lo soddisfa senza schemi e senza pretese). Ciao Gustavo

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    1. Esatto. La street può rappresentare un grande allenamento, addirittura una scuola, certamente non ortodossa, per diventare migliori fotografi.

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    2. Gustavo hai anche ragione quando scrivi che fossilizzarsi sulla street photography è arido e noioso. C’è stato un errore da parte mia nello scrivere questo articolo: concentrarmi troppo su chi sta proponendo un modello estero. Come ho scritto in qualche altro articolo qui, per nostra fortuna, ci sono autori del reportage contemporaneo e nostrano che stanno facendo davvero delle gran belle cose: ho citato diversi fotografi del sud e li voglio ricordare ancora una volta, andando a memoria, Domenico Tangro, Francesco Faraci, Angelo Cirrincione, Massimo Gurciullo, Claudio Menna, Gaetano Fisicaro, Carmelo Eramo. Loro stanno documentando davvero, e sono fotografi che mostrano avere rispetto e memoria della storia della nostra fotografia.

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  3. Max, io ti ringrazio comunque per il commento. Arriveranno, come peraltro sono arrivati, anche se non qui ma su fb, coloro che parteciperanno al dibattito. Credo che con l’edit sopra abbia risposto ad alcune nuove domande.
    E attendo le risposte a quelle che ho posto.

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