Goditi il viaggio

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Per un fotografo professionista o un foto-giornalista i tempi di oggi sono infami, eppure continuano ad essere affascinanti. Oggi, essere fotoreporter è completamente diverso da quello che fu nei 60′, 70′, persino negli ’80 e ’90.

Oggi si va di breaking news, di inchieste cotte e mangiate, e le agenzie ti propongono cose rischiose come allora. Poi ci sono altri tipi di foto-giornalisti, e di questi io faccio parte, che generalmente sono freelance e per piazzare un servizio sudano di più che uno che conta con un’agenzia. Al momento conto su una collaborazione con un’agenzia, ma sono e  mi sento freelance. Scianna ricordava che il freelance è un fotografo disoccupato, e credo che abbia molta ragione, nella sua cinica abitudine di voler tradurre e spolpare per arrivare all’osso, all’essenza delle cose. Un altro straordinario esempio di questo suo approccio è quando dice  a proposito della stampa in gelatina d’argento, che è un modo per dare un alone di chissà quale preziosità alla normale stampa in carta fotografica, perchè in effetti di questo si tratta. Ma noi fotografi spesso tendiamo a fare gli sboroni, con termini astrusi per mantenere lontano el pueblo, nevvero?
Mi sento freelance, però mi sono messo di nuovo alla ricerca di un’agenzia. Ne voglio una che sia interessata al quotidiano, e che eviti di andarmi sempre a chiedere di andare a fotografare gli effetti degli uragani o di avvicinarmi alle bande di narcos, come è accaduto in passato e da me hanno ottenuto solo un netto rifiuto. 400 Euro per fotografare i narcotrafficanti? Ci andassero loro. Io ho sempre creduto che ognuno debba fare il suo, quello che sa fare o pensa di saper fare meglio: nel lavoro di fotografo questo, a volte, può essere vitale.
Quello che la gente non sa è che le foto sono spesso solo la punta di un iceberg.  C’è tutta la pianificazione del lavoro da fare per un determinato servizio.Tutto questo non si vede nel prodotto finale, ma questo non vuol dire non esista.
Nel fotogiornalismo io ho le mie preferenze, non c’è niente da fare. Ci sono servizi che ho amato, reportages che mi hanno toccato profondamente, arrivando persino a cambiarmi. E ci sono anche cose che ho odiato profondamente. Ad esempio nella foto che vedete sopra c’è il foglio di autorizzazione che mi ha permesso di accedere alla Suprema Corte di Giustizia. Tutti i fotografi in fila ad aspettare ore, e alla fine 1 minuto a testa per entrare tre per volta a fotografare in una sala, oltretutto senza possibilità di avvicinarsi, e dunque con gli imputati da riprendere di spalle.

Oggi il mondo è diventato un luogo molto più piccolo con l’avvento delle comunicazioni digitali, e questo ha esasperato la fretta di ottenere fotografie, con il risultato che se prima il fotografo era visto come un rompicoglioni ma lo si tollerava, oggi lo si mette in condizione di lavorare anche in situazioni assurde come quella descritta. Ed è chiaro allora come io preferisca scegliere i miei assignments. Per la prima pagina, spesso ormai su internet, spesso la qualità dell’immagine è un dettaglio, e dunque non è raro che anche telefonini e tablets siano considerati armi proprie del fotoreporter. E del resto, in alcuni paesi islamici in guerra, spesso le fotocamere sono bandite e quindi i colleghi debbono ricorrere all’utilizzo gioco-forza dei mobile-phones.

Come foto-giornalista, continuo a considerare questo viaggio estremamente coinvolgente, quello che voglio continuare a fare: ho sperimentato molte emozioni, alcuni trionfi e diverse delusioni. Vale comunque la pena. So quello che voglio fare e quello che non voglio fare.

Il viaggio continua.
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