Quando la memoria puó essere ingannata…dalla fotografia

Propongo qui un estratto di un discorso di Umberto Eco, pronunciato al XXXVIII Congresso dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, dal titolo “La fotografia: oggetto teorico e pratica sociale”. Trovate il discorso completo, insieme a quello di Paolo Fabbri cliccando qui.

Però io ho smesso di fotografare quando ormai da almeno dieci anni avevo una macchina fotografica, nel 1961. Perché, avendo già dato la tesi di laurea sull’estetica medioevale, ma continuando sempre a essere interessato a quei secoli, nel ‘61 ho fatto un viaggio, con altri tre amici, attraverso tutte le abbazie romaniche e le cattedrali gotiche francesi. Naturalmente mi ero portato dietro una macchina fotografica e ho fotografato tutto, incessantemente. Le foto sono orribili, non mi servono e non mi sono mai servite, ho piuttosto comperato dei libri dove c’erano foto migliori, e di quel viaggio non ricordo più niente. Ero troppo occupato a fotografare e non ho guardato. Da quel giorno non ho mai più fatto fotografie in vita mia, partendo dal principio che ci sarebbe sempre stato qualcuno che le faceva al posto mio, e infatti ce ne sono sempre più di quanto desideri o abbia bisogno…

Quindi l’eccesso di possibilità fotografica può ledere la nostra memoria, perché la nostra memoria sopravvive quando, in termini fotografici, è grandangolare. Se invece andiamo in giro col telefonino per fotografare tutto quello che pare interessarci, diventa puntuale. Cioè del potenziale grandangolo che potevamo ricordare abbiamo ricordato solo quello che abbiamo scelto in quel momento e ci rimane solo quel documento lì. Anche questa riflessione mi pare profondissima ma non so a che risultati possa portare.

Si tratta di una riflessione bella pesante e pensata. In effetti, oggi piú che mai, tutti fotografano e ormai viviamo in tempi di “fotografia in eccesso” dove spesso tutto e niente si dice attraverso un’immagine, e anzi, come abbiamo visto, ad essere guardata con maggior sospetto é oggi la parola. Eppure sappiamo che la fotografia puó mentire, a volte piú della parola.

Il fotografico oggi si é infatti espanso al nostro vivere quotidiano: la gente esce di casa e sul pianerottolo si fa una selfie. Va ad un ristorante e fotografa il piatto che presto mangerá. Si arriva a pensare che se non l’hai fotografata quella cosa, quell’esperienza  non l’hai vissuta.

Quello che si condivide di piú oggi sono le immagini. Non é raro che si dica durante la giornata “ho visto quella foto” o “ti invio una foto”. Viviamo in una societá in cui l’immagine influenza e incide notevolmente nel nostro quotidiano. Il nostro stesso pensiero é anzitutto visuale, ma oggi piú che mai, nel ventunesimo secolo, stiamo vivendo una conditio umana pesantemente caratterizzata dalle immagini.

Reductio ad absurdum la fotografia diventa assassina della memoria: del potenziale grandangolo che potevamo ricordare abbiamo ricordato solo quello che abbiamo scelto in quel momento e ci rimane solo quel documento lì, ci dice Eco.

Appare evidente come questa provocazione possa rispondere a veritá e dunque, puó diventare un’ottima riflessione per chi si occupa di realizzare fotografie, ed in particolare, per coloro che fanno dei racconti visuali.

Se, infatti, é vero che le fotografie offrono un contributo fondamentale alla nostra conoscenza e percezione del mondo e di noi stessi, allo stesso tempo possono essere, indubbiamente, fallaci o, comunque, parziali e dunque testimonianze di un momento in cui si era troppo occupati a fotografare per guardare e ricordare altri momenti, anch’essi magari rilevanti.

La memoria ingannata, da una ruffiana bugiarda.

 

 

 

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