La nostra sensibilità

ALEX0006
Quando parlo coi miei studenti o a coloro che hanno deciso di assistere ad una mia conferenza, il tema etico e del rispetto salta sempre fuori. Posso essere un bastardo spesso e volentieri, ascolto Iggy Pop, ma sull’etica e il rispetto in fotografia non transigo: chi fa fotografia documentaristica, senza rispetto ed empatia per gli altri è un mezzo fotografo, sicuramente anche mezzo uomo. 
Sugli standard etici nella fotografia documentaria abbiamo già parlato molte volte qui. Rimarco spesso come una realtà commerciale assolutamente autorevole come Reuters sia da citare sempre come un esempio, quando parliamo di etica e fotogiornalismo. Chi si fa beffe della politica di Reuters è un poveraccio.
Detto questo, viene poi un discorso molto importante e cioè quello che è il nostro sentire, la nostra sensibilità e pongo in evidenza come tutti noi, che facciamo fotografia con principali soggetti le altre persone, abbiamo invece bisogno di sviluppare un nostro senso di ciò che è eticamente accettabile e quello che non è o non dovrebbe. Sono linee di demarcazione che dovremmo avere ben chiaro, prima ancora di usare una fotocamera.
Il mondo cambia, la società si evolve e noi anche. La fotografia anche è cambiata: è cambiata non solo negli strumenti messi a disposizione, ma chiaramente nella forma e nell’approccio all’immagine. Ogni fotografo dovrebbe comunque adottare un proprio codice morale. Capiterà  che il fotografo possa trovarsi anche nella particolare  circostanza in cui certi codici deontologici non funzionino, e quindi trovarsi suo malgrado ad assumere  un comportamento che trasgredisce tali codici.
La cosa importante che vorrei dire è che abbiamo bisogno di questi codici perchè possano anche metterci nella migliore posizione migliore per saperli adeguare all’urgenza del momento, quindi un atteggiamento che non sia rigido  ma elastico, in una chiara situazione di continua evoluzione, e sempre e solo quando possa servire per funzionare meglio nelle risposte e nelle domande da offrire all’ esperienza di documentazione del mondo.

Questo per me significa esssere un buon giornalista, aderendo alla sola necessità di raccontare i fatti per come sono, certamente con passione, rispetto, ma sapendo anche quando sconfinare dal  prestabilito senso di ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Prendete la foto del senza tetto che propongo a corredo di questo articolo. Ritengo sia molto importante che i soggetti non si riconoscano quando si trovano in certe situazioni: questo fa parte del mio codice, che provo sempre a rispettare. Si tratta di un sentire assolutamente individuale, e non mi metto a discutere qui con chi invece fotografa homeless mostrando il loro volto.
Nel mio codice, ad esempio, mi sono imposto di evitare il desaturato. Preferisco un bianco e nero o, se deve trattarsi di colore, che sia davvero colore. Spesso e volentieri, invece, nella tendenza di questi anni, vediamo fotografie con colori che non esistono in natura, e magari quegli stessi fotografi asseriscono decisi che loro scelgono il colore perchè il mondo reale è a colori. E, allora, mi chiedo e vi chiedo, perchè non proporlo in colori esistenti nella realtà? Perchè quei desaturati marroncini, smorti, non sono la realtà, ma solo una precisa e dichiarata scelta estetica a la National Geographic.
Lo dico, per carità, senza spirito di polemica, ma solo per condividere quello che è uno dei codici che mi sono imposto.
Si tratta solo del mio sentire, non vi offendete.
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