Coltivare l’etnografico che é in noi

Dicono i beninformati che noi che stiamo fotografando feste religiose, carnevalesche, donnine anziane che si affacciano all’uscio di casa, il mondo contadino stiamo compiendo un’operazione nostalgica, perseguendo il cliché e quello che é stato raccontato tanti anni fá, da altri fotografi.

Sempre loro, i beninformati asseriscono che i fotografi che stanno facendo questo non stanno presentando la realtá, ma un’idea appunto nostalgica di un mondo che in realtá non c’é piú.

A me non pare. Se ci sono fotografi che lo stanno documentando, significa che ancora esiste ed é piú che mai reale e attuale. Quello che é evidente é che a qualcuno dia fastidio questo voler presentare e preservare un mondo, quello contadino in particolare, che viene relegato ormai al folclore, anche da certi professori di storia. Del resto in Italia ci sono stati politici e giornalisti che in occasione dell’ultimo referendum consultivo hanno affermato che in Basilicata ci sono solo mucche e galline, e il tono era di coloro che guardano al mondo contadino come qualcosa di povero e di cui vergognarsi, quando invece é una risorsa.

Ho giá scritto a proposito della nobiltá e dell’importanza sociale che puó avere la fotografia antropologica quando fatta con coscienza, conoscenza ed etica. Non importano neanche le motivazioni di chi si avvicina a fotografare feste popolari, danze e canti. Scianna in Obiettivo Ambiguo ricorda:

cercai le mie fonti tra  i venditori di ceci e semi tostati, carrettini dipinti, brocche, torroni e tamburelli. Mi accodai a loro e trovai feste e cominiciai a fotografarle. Mentirei se dicessi che tutto questo fu preceduto da un’approfondita analisi sui problemi, le tecniche e gli scopi della ricerca etnologica. Non oso dire che non me ne importasse niente, ma nutro il vergognoso sospetto che la mia ambizione delirante fosse allora piuttosto  quella di diventare “un grande fotografo” e non uno specialista di fotografia antropologica.

Vergognoso sospetto o no, chi se ne frega. Non vi é mai venuta l’idea che noi fotografi, magari, siamo solo dei mezzi per qualcosa di piú importante? No? Allora dovete far parte di coloro che pensano a loro stessi come artisti. A noi artigiani invece questa idea non solo ci stuzzica, ma ci piace anche un bel pó.

Ed é per questa ragione che oggi, esattamente come negli anni ’50 e ’60, fare una fotografia della memoria, raccogliere documentazione di come si vive, a dispetto anche di chi pensa che non si viva piú cosí, é non solo legittimo, ma anche d’ importanza vitale per conoscerci meglio e tirare fuori il meglio da questa consapevolezza. A me il fatto che presenti Roma, o Torino, o Milano come se fosse Nuova York, non me ne frega nulla. Fallo pure se questo ti fa stare bene. Ma sappi anche che stai compiendo un’operazione ben poco rappresentativa della realtá.

Ho saputo, e qui lo abbiamo giá detto in un precedente articolo, che qualche fotografo Italiano é stato criticato per fare foto di donne anziane, magari vestite di nero, davanti all’uscio di casa. E mi chiedo, e vi chiedo, ma secondo voi Bresson cosa fotograferebbe oggi? Quali sono ancora oggi i soggetti prediletti da Joseph Koudelka?

Nel primo numero della rivista che dirigo, LA STRADA, il fotografo Rosario Lo Presti si é guadagnato copertina e grande spazio all’interno con un reportage sulla processione di Comiso. Giá ci sembra di ascoltare i beninformati. Ma noi ce ne freghiamo, perché con orgoglio rivendichiamo l’importanza di testimoniare e raccontare questi eventi che fanno parte delle tradizioni, e dunque dell’identitá, di un popolo. Testimonianze ancora vive e assolutamente attuali.

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