Marchio di genuinità

Leggiamo stamattina che il buon Nick Turpin, amico e fondatore del collettivo in public, si fa promotore di una lodevole iniziativa:

http://candidpublicphotography.com/about-the-initiative/

in pratica mettendo quell’hashtag il fotografo di strada dichiara che la sua foto è stata ripresa in maniera diretta (il concetto straight a noi così caro) senza intervenire sulla scena. L’iniziativa ha il suo perchè se consideriamo le ballerine dell’articolo di ieri, o certi pagliacci che chiedono il permesso prima di fotografare o addirittura chiedono di camminare di fronte a loro, o di non sorridere, insomma quelli che fanno foto con soggetti consapevoli e che posano e poi le spacciano per fotografia di strada…

Ora un hashtag per instagram dovrebbe cambiare la palese decadenza del termine street photography perpretato da un manipolo di sudici vogliosi di apparire in ogni modo, barando prima di tutto con loro stessi? Mi spiace, ma non ci crediamo.

Abbiamo visto come in questo mondo c’è gente che si è guadagnata le copertine con foto evidentemente posate e organizzate ad arte, come manco un regista a Hollywood…e chi controllerebbe uno abituato ad imbrogliare, dal non mettere quell’hashtag? Ecco, il punto è proprio quello. Anche animata dalle migliori intenzioni #CANPUBPHOTO non può cambiare una deriva che ha reso la street photography un termine svuotato del suo significato originale.

Su questo blog io ho sempre puntato il dito contro chi la sta giocando sporca. E come risultato mi son preso pure forti critiche e certamente malumori. Però sapete che c’è? Alla fine dei conti uno deve e può rendere conto solo a sè stesso. Se vuoi chiamare street photography ciò che non è fallo pure. Se vuoi vendere per fotografia diretta quella che sai essere una fotografia costruita con attori, fallo. Non è un nostro problema. Non è un mio problema. Perchè io mi guardo le foto che ho fatto e ho la coscienza pulita. Sono foto che non hanno avuto un intervento nel momento dello scatto. E lo stesso dopo, in fase di editing, se eccettuo a volte, qualche aggiustata al contrasto.

Mi spiace, ma rispetto a questa iniziativa, sono pessimista. Scommettiamo che anche i bugiardi useranno quell’hashtag? 3…2…1…and don’t smile!

***EDIT***

come ho scritto in questo pezzo, e chi controllerebbe la sinceritá di chi mette l’hashtag? Apprezzabile l’intento, ma resta qualcosa assolutamente non attendibile.

Poi, sapete cosa?

Ci sono tanti modi di viversi la strada, e tutta l’esperienza é qualcosa di assolutamente personale: a tal proposito inviterei a (ri)guardarsi il documentario Everybody Street.

Il punto magari é anche un altro: perché dobbiamo per forza rifugiarci dietro ad un termine? Per comoditá? Per opportunismo? Non prendiamoci in giro: ammettiamo che se dici che fai fotografia concettuale piuttosto che street photography, le gangs di internet non ti si filano.

Ma, in strada, lo sappiamo si puó fare tanta fotografia che non é street. Guardate, tanto per chiarire, noi non ci arrabbiamo e nemmeno ce l’abbiamo con voi: chiamatela come vi pare, chiamate street photography ció che non é se questo ti fa sentire meglio. Ognuno risponde per sé stesso. E ognuno é libero di fare la fotografia che vuole.

Non é neanche una questione di competizione. Da anni ripeto che l’unica, vera competizione, se parliamo di fotografia di strada, é quella con noi stessi.

E la fotografia si ricorda da sempre, non per il come ma per quello che é: la sua essenza e la capacitá di attirare l’osservatore.

 

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