Una fotografia sull’odio

La maestra delle elementari mi odiava. Decise di farlo nel momento in cui mi trasferii con la mia famiglia, nella via dove anche lei aveva casa. E lo fece, in maniera scientifica, con determinazione e animata convinzione di essere nel giusto, come se odiare un bambino abbia mai un senso. La ragione vera, poi era che i miei genitori presero a frequentare sua cognata, che viveva nel suo stesso condominio e chiaramente io e mio fratello andavamo con loro alle cene che si organizzavano. Di quelle serate ricordo, in particolare, una seminale di Coppa dei Campioni vinta dalla Roma e il forte odore di pipa del compagno dell’amica dei miei. Ricordo anche che la frutta secca non mancava mai in quella casa, e che le grigliate sul balcone venivano superbe.

Sará stato l’odore della brace. O il fatto che alla mia maestra non la invitavano. Non ho mai saputo la veritá. Resta il fatto che alle elementari, mi imbattei per la prima volta nel sentimento dell’odio. Quel risentimento malsano che, al subirlo, puó solo lasciare attoniti. E, del resto, ero solo un bambino. Ricordo che a mia madre suggerí che anche io avrei dovuto zompare sui banchi, come facevano tutti gli altri, perché non era normale che io, invece, fossi cosí tanto educato e taciturno. In realtá, giá da allora, io osservavo. Lo facevo spesso anche a casa. Ricordo che alle riunioni a casa, mentre gli altri ragazzini giocavano tra loro a me piaceva rimanere ad ascoltare, al tavolo degli adulti. A volte parlavano di cose che non comprendevo, eppure mi interessavano i loro discorsi, i loro atteggiamenti. Credo che il peggio la mia maestra lo mostró con un compito in classe. Era un tema libero, ricordo. Io scrissi un racconto. Non lo ricordo nel dettaglio, ma aveva a che fare con gli animali, ed in particolare inclusi un jack rabbit, una specie di lepre selvatica, colpa di mio fratello che leggeva molti libri sugli animali. Quel compito non ricevette un voto, ma ad un ragazzino, la perfida scrisse una nota con la penna rossa che piú o meno recitava cosí:

Questa non é farina del tuo sacco! Cosa credi che la tua maestra non ti conosca?

In pratica mi accusava di aver copiato da qualche libro. Anni dopo, il suo karma l’ha colpita. Quella pretesa di volermi vedere saltare sui banchi come tutti gli altri, l’ha pagata a caro prezzo, con un brutto evento nella sua famiglia. Evidentemente le sue bizzarre idee di educazione erano sconfinate in casa, coi suoi figli. E, nel frattempo, ha avuto modo di dire a mio padre, che lei sapeva, in realtá, quanto io fossi bravo nello scrivere.

Io non serbo rancore. E nel frattempo, ho avuto modo di incontrare altre volte nella mia vita odio e invidia. Ogni volta che é capitato di trovarmici davanti, mi sono limitato ad aspettare. Infatti é bastato, perché tutte le persone che hanno esercitato contro di me questi sentimenti negativi hanno ricevuto prima o poi una risposta dura dalla vita stessa. Questa cosa é capitata anche con qualche fotografo, purtroppo. Quando mi ci imbatto, la sorpresa é sempre forte, perché mi é difficile comprendere come qualcuno possa essere animato da questi sentimenti. Soprattutto quando arrivano da persone che ti odiano, conoscendoti solo nel virtuale. Ma succede sempre piú spesso, in questo mondo e societá dove internet ha messo dentro tutto e tutti. E dunque, arrivano ad odiarti per la fotografia che fai. O per il livello in cui sei. Inventano cose. E non pensano neanche per un attimo alla dedizione che uno ci mette ogni giorno. E, ovviamente, non pensano neanche un attimo che c’é una cosa chiamata talento. Dimenticano anche il fatto che in questo mondo c’é spazio per tutti, ma la competizione esiste solo con noi stessi. E che nessuno ti sta rubando nulla. Sei tu, piuttosto, sprecando tempo a pensare a quello che fanno gli altri, ad odiarli che stai buttando al vento l’occasione per crescere e diventare una persona migliore.

L’odio non ha mai condotto a niente di buono. Sicuramente non fa fare buona fotografia.

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