La buona formazione

Parliamo di formazione. Nello specifico, la formazione di un fotografo. Cosa forma un fotografo? Mi viene da rispondere, di getto: le sue letture, la musica che ascolta e che ha ascoltato, il cinema che ha visto, ma anche i sogni che fa, il cibo che mangia, i viaggi fatti…non dimentichamoci che un fotografo è essenzialmente un corpo che cerca.

Un corpo che cerca e ricerca. Se quando avete letto il titolo pensavate che vi parlassi di scuola, adesso vi rendete conto di esservi sbagliati. La scuola di fotografia. Quella è la vita. Altrimenti qualsiasi scemo o figlio di papà se ne va all’accademia, compra corsi, frequenta istituti di fotografia…e tutti da lì dovrebbero uscire i fotografi, nevvero? Invece, lo sappiamo che non è così. Invece lo sappiamo che bastasse quello non sarebbe così complicato. Perchè escono certi minchioni dalle scuole…

Dunque, vediamo un pò: la fotografia è come scrivere. O ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai è perchè sei. Questo sega molte gambe, vero?

La buona formazione in fotografia esiste solo nel momento in cui accettiamo di vivere. Bella frase, mi piace. Che vuol dire? Che per fare il fotografo, per fare qualcosa che si stacca e che non stanca, non devi rimbecillirti davanti ad un computer a vedere fotaccie nei gruppi dei vari social.

A funzionare piuttosto è la fotografia compulsiva. Il fotografo deve sbattersi. Deve leggere una quantità infinita di libri. Deve vedere un sacco di film, di tutti i generi. Deve osservare e avere voglia di farlo. Deve conoscere. Deve avere interesse per gli altri. Deve camminare, consumare scarpe piuttosto che macchine fotografiche. Il fotografo più di ogni altra cosa deve desiderare. Quanto ci vuole a premere il pulsante dell’otturatore? Non è quello. Non può essere solo quello. Infatti…non è affatto solo quello.

Sto parlando di una necessità di possedere fotograficamente, quello che vediamo di fronte ai nostri occhi. Sto parlando di viverlo, e questo scusate non te lo insegna nessuna scuola.
La fotografia è sempre la testimonianza di un desiderio. Si tratta di un’urgenza interiore: è quella che ti fa premere il pulsante di scatto.

Ecco perchè certe cose sono difficili da insegnare. Ecco perchè la maggior parte delle scuole e dei corsi si concentrano su sistemi standardizzati in cui l’aspetto tecnico e formale sono tutto quello che ti offrono. In quello sono bravi. Ma far uscire davvero qualcosa da un allievo, stimolarlo a raccontare se stesso attraverso le immagini, attraverso l’unicità che tutti noi abbiamo è qualcosa che richiede tempo. A questo proposito mi vengono in mente le letture di portfolio offerte ai vari festivals e conventions di fotografia.

Ecco. Argomento nobilissimo. E al tempo stesso pericoloso. Classico argomento per farsi ancora più nemici. Forse.

La lettura di portfolio. In questo caso, ad ispirare, in parte, questo articolo è stato il buon Efrem Raimondi, che scrive:

Lettura portfolio… già.
Di leggerne, cioè di essere il lettore in una situazione pubblica, mi è successo quattro volte. In trentatre anni che sono fotografo.
Uno, perché raramente mi è stato chiesto e poi e poi… perché ritengo che ci vogliano almeno quaranta minuti per entrare un po’ nel merito di una seria dialettica.
Con le immagini e con l’autore.

Non vale per tutti. C’è chi riesce meravigliosamente bene a entrare con precisione nei venti minuti canonici dei festival e delle rassegne.
Stesso tempo anche per le sagre.
Io non ci riesco. Proprio non sono in grado.
Per cui va da sé che nel caso, declini.

Il resto del suo gustoso articolo lo trovate cliccando qui

Ma io vorrei concentrarmi proprio sulle parole quotate. Ecco, non sapete quanto sono d’accordo. Voi la immaginate la situazione? Immaginatela per davvero, la situazione. Uno ti presenta all’improvviso un portfolio e tu nel marasma di una convention o festival devi dargli una buona, onesta, lettura di portfolio a un tizio che probabilmente incontri per la prima volta. Quante immagini? 10, 15? OK. Vedi il portfolio e immediatamente devi dargli una lettura… è chiaro che si tratta di una lettura superficiale, non realmente dedicata e in grado di offrire soluzioni. Si tratta di una cosa, non prendiamoci in giro, frettolosa. Perchè un portfolio, qualsiasi portfolio, ha bisogno di essere metabolizzato da chi osserva.  Quindi, non prendiamoci in giro. Non fatevi prendere in giro.

Se siamo onesti fino in fondo, onesti prima di tutto con noi stessi, già conosciamo la verità. Ecco, appunto, tornando alla formazione…alla fine ognuno è responsabile della propria e ognuno di noi sa quello che serve per arrivare a comunicare certe cose. Il ruolo del docente può limitarsi ad essere quello di traghettatore. Il traghettatore onesto lo farà con assoluta dedizione, tempo, molto tempo, se accettiamo il fatto che la formazione è un processo, che non può limitarsi ai 10, 15 minuti di una lettura portfolio, ma neanche a uno, due, tre giorni di workshop.

 

 

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