I soliti dibattiti

Ecco, capita che nel gruppo che amministro il buon Sandro Bini condivida il suo articolo, scritto per il suo blog:

http://binitudini.blogspot.mx/2017/04/una-nessuna-centomila-la-street.html

A questo punto condivido qui anche i miei due commenti:

il primo…

Sono sostanzialmente d’accordo, anche se da un pó mi sto questionando quante volte debbano essere ripetuti sempre gli stessi discorsi. La street photography in particolare mi pare viva un pó troppo la questione del cosa é e che cosa non é, a dispetto del fatto che proprio la street é un fatto con noi stessi, soprattutto, piú di altri generi in cui devi rendicontare a clienti. Recentemente poi abbiamo assistito al peggio, perché se c’é una cosa peggiore di chi spiega una sua foto, é un fotografo che giustifica la sua fotografia. Tipico di questi tempi vuoti, in cui tutto viene svuotato di significato, figuriamoci le definizioni…

e il secondo…

Un appunto poi, se mi pemetti. No credo affatto che la street photography sia stata “fatta” moda per via del mercato mirrorless. E’ semmai vero il contrario. Avendo seguito da dentro l’evoluzione del mercato mirrorless, posso dire che proprio la diffusione della fotografia di strada e la sua imposizione come genere “per tutti” abbia generato un interesse di brands che hanno trovato un target ben definito a cui vendere la nuova tecnologia. La Street Photography si è sempre fatta, ma ritengo che la street moderna abbia i suoi natali a NYC nel 62/63 con i nomi che conosciamo tutti, e credo che l’epoca in cui viviamo abbia fisiologicamente condotto alla sua popolarità presso molti fotografi o aspiranti tali.

A questo punto, vorrei proporre: possiamo tentare di parlare d’altro? E’ dal 2007 che sento e leggo sempre gli stessi discorsi. Prima erano i forum, adesso sono i blogs, i gruppi social, addirittura i manuali. In genere alla fine si finisce per dire cos’è e cosa non è la street photography, argomento questo toccato dal 99,99% dei workshops presieduti da certi fenomeni pieni di idee innovative.

Fatto è che si da troppa importanza alle etichette, che dovrebbero essere usate tanto per far capire ad un marziano, ma non oltre quello: in questo ha ragione Sandro. Poi è pur vero che il mio gruppo si chiama Italia Street Photography. E’ vero anche che il termine lo uso e fa parte del titolo di qualche mio libro, ma la ritengo una convenzione.

Piuttosto, quello che mi interessa è certamente l’ontologia del fotografo, però ricerco dibattiti un pò meno scontati. Di recente mi è toccato leggere di un “fotografo” convinto che lui faccia arte, come tanti del resto,  e che per questo si accostava ad uno dei nomi più importanti della pittura del secolo scorso. Ecco, queste sono le derive che mi fanno ridere. Potrebbe essere uno spunto di dibattito, questo, ovvero la percezione che abbiamo di noi per quello che stiamo facendo, e come questo, in un’era di Grande Fratello autoimposto alla ricerca dei 15 minuti di celebrità ogni giorno delle nostre vite. Di solito, mi sembra essere, una rincorsa a chi la spara più grossa. Ora ognuno è libero di compararsi a Picasso, ma anche io sono libero di pensare e dire che questa sia un’immane cazzata. Anche perchè la sparata è stata fatta a supporto di un’idea grossolana e non corretta di quello che è il cubismo.

Altrimenti, vaffancubo.

 

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