I gatti vostri

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Questa è la foto di un gatto. Per giunta di spalle. Si da il caso che la foto l’abbia scattata un certo signore, chiamato Nobuyoshi Araki. Lui di foto a gatti ne ha fatte tantissime. Già sento il provocatore che risponde che ha fatto tante foto anche di gatte. Certo, ci sta. Se siete familiari con la sua fotografia, capirete la battuta.

Mi sono svegliato stamattina e mi hanno colpito tre posts su facebook di miei contatti: il primo che ci informa che due foto praticamente identiche ricevono differente attenzione da parte del pubblico, valanghe di likes per un fotografo e solo 10 per l’altro meno famoso. Il secondo messaggio di stato parla dell’invidia di cui l’autore è stato vittima in questi ultimi mesi. Il terzo si rivolge ai lettori del suo blog con l’invito a leggere dell’importanza del feedback reale piuttosto che pensare ai likes su facebook o instagram.

Trovo una relazione tra i tre contenuti. Il problema è sempre quello: dare eccessiva importanza ai frizzi e lazzi della vita in rete. A parte il fatto che sul discorso invidia io potrei scrivere tomi, e mi piacerebbe dire che fin quando non ti creano e dedicano un intero gruppo per trollarti come è successo a me, hai voglia a parlare di invidia…e comunque l’invidia è solo positiva: fa marcire chi la esercita e porta fortuna a chi la riceve. E di solito porta anche qualche contratto.

Sulle foto identiche e il differente riscontro, dico: cosa aspettarsi? Praticamente da sempre contesto quei concorsi fotografici che danno potere al pubblico di votare. E quest’anno pure il London Festival si basa su un sistema assolutamente ridicolo come questo per trovare i fotografi meritevoli. Ma, del resto, è tipico di questi anni in cui Bresson raccoglierebbe briciole, e dove vanno avanti personaggi che non vivono realmente di fotografia, al massimo ci arrotondano lo stipendio.

Il feedback reale appartiene, appunto, al mondo reale e quindi pochi lo vogliono. Dicono, quasi tutti, di non curarsi e di non dare molta considerazione ai likes, ma poi fanno di tutto pur di riceverne. Ad esempio stare in 180mila gruppi, postando ovunque la stessa foto. E così, vanno avanti, giorno dopo giorno.

Vedo foto fatte a caso. Slegate da qualsiasi progetto. Foto fatte quotidianamente, eppure prive di un’idea progettuale. Vedo foto tutte uguali e dimenticabili. Non c’è uno sforzo di esprimere qualcosa di personale. Vedo, piuttosto, la ripetizione ad libitum di cose che fanno tutti gli altri. Badate bene, non sto parlando di clichè che pure andrebbe rispettato come stare all’interno di un linguaggio. Io parlo di pedissequa imitazione di foto inutili. Di gente che passa per strada, ma non accade niente oltre quello. E, oltrettutto, nella scelta di pubblicare foto in cui oltre a non accadere nulla, e quindi noia che scorre a fiumi, è proprio la scelta di come i soggetti sono ripresi che appare del tutto innocua e pertanto, dimenticabile. E’ un flusso ininterrotto di impersonalità. Quando questo non accade mi soffermo sempre sull’autore, lo studio, voglio saperne di più, prima di tutto come fanatico della fotografia, amante di chi racconta qualcosa, editor sempre alla ricerca di nuovi autori, di nuovi narratori visuali.  Quando questo accade spesso posso proporgli anche una pubblicazione sulla mia rivista.

Nello sguardo d’insieme c’è il cuore rivelatore del fotografo. Lì, il buon editor, riconosce se c’è sostanza o meno. Tornando ai gatti…tutto è fotografabile, e tutto può essere fatto bene o male. Se andate a vedervi i gatti di Araki, così come i cani di Erwitt o il cane e i cavalli di Koudelka, capirete che il problema non sono i mici o qualsiasi altro animale. Il problema non sono neanche le persone che passano, perchè Winogrand e Cohen ci mostrano e dimostrano qualcosa di diverso.  Il problema è sempre quello: come si fotografa. Chi c’è dietro l’obiettivo, quello che è in grado di esprimere attraverso una fotocamera, quanto è in grado di mettere sè stesso dentro. E’ la forza autoriale. O se preferite, chiamatela personalità.

La prossima volta che criticate le foto di gattini, pensateci due volte. Pensate ai gatti vostri.

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