Nel mio

Il titolo vuole suggerire quello di cui parleró in questo articolo. Quello che io sento appartenermi di piú, quello a cui mi sento maggiormente connesso, nei livelli piú profondi del mio intimo come fotografo e scrittore, soprattutto come individuo che ha scelto la documentazione visuale e scritta come stile di vita.

Un articolo che é frutto di riflessioni degli ultimi giorni, anche se albergano in me da tempo, o forse, piú probabilmente, da sempre. Sabato sono stato impegnato con l’ultimo workshop di gruppo a Cittá del Messico. Inconsapevolmente, perché me ne ero completamente scordato, mi sono ritrovato assieme ai ragazzi che hanno preso parte alla mia lezione, nel bel mezzo della marcia dell’orgoglio gay, nelle strade del centro storico.

Beh, il workshop che ne é risultato credo sia uno dei migliori che abbia realizzato finora per energia della cittá e per le opportunitá fotografiche colte. Certamente ne ho fatti moltissimi davvero buoni in cui tutto é sembrato perfetto, ma sará anche il ricordo a caldo, non lo so, e comunque sto qui a scriverne.

Questo ha molto a che fare anche con il discorso delle etichette, che non sono cosí importanti, perché quando sei in strada, la strada puoi solo assecondarla. E devi essere bravo a capirlo. Perché navigare controcorrente, in quel caso, é del tutto inutile. Utile é invece saper fare. E saperci anche fare. Non dimenticando che la maggior parte del tempo stiamo fotografando persone.

Perché il traguardo é quello di sempre. Che non é fare street photography. O fotogiornalismo. O paesaggio urbano. O ritratti. Il vero obiettivo é fare fotografia. Buona fotografia. Giá con questo si comprende facilmente come discorsi vuoti su quanto funzioni o non funzioni un contatto visuale, se sia da evitare o meno, non ci interessano per nulla se il nostro desiderio é quello di fare buona fotografia.

É per me un filo rosso che continua, quello dell’investigazione antropologica e sociale. Prima di andare in Italia sono entrato in un cerchio sacro indiano per documentare dall’interno una danza sacra. Ho poi proseguito il mio lavoro Italia, Dolce Vita. Tra poco andró a Oaxaca dove documenteró per il secondo anno la Guelaguetza. Sono nel mio. Ora, piú che mai. Poi se volete dare etichette a quello di cui mi occupo, fate pure.

Non cambierá nulla della mia percezione e del mio approccio. Sono nel mio.

 

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