Il fotografo nomade

Il fotografo nomade veniva dal deserto. E appena giunto al villaggio, incontró un mercato. Lui, ritratto fedele del solitario, a parte la sua fotocamera, che quando non teneva al collo, piaceva farla dondolare lungo la sua gamba destra, assicurata ancora dalla cinghia che teneva serrata nella sua mano, cercava sempre l’uomo, le sue sofferenze e le sue gioie. Quelle erano le storie.

Aveva fotografato le sventure della guerra. Guerra: perché le guerre non sono mai al plurale, esiste la guerra. La nauseabonda, infame, dannata guerra. Quella che domina da sempre la storia dell’uomo. Quella dalla quale l’uomo non impara mai.

Il fotografo nomade nel suo girovagare raccontava di paesaggi e paesi, di abitanti, di campi e mezzi di fortuna. Pellegrini, soldati di ventura, picari, un venditore di dolci con pasta di mandorle, un vecchio orbo, un giovane mutilato, un venditore di tappeti, un compratore di oggetti, tre cani randagi, una bambina mendicante. E poi loro. Occhi arabi.

Gli occhi di una giovane donna. Gli occhi e solo quelli, il resto coperto, da capo a piedi, di un abito porpora e nero. Solo gli occhi, ma che rivelavano la sua giovane etá. 20 anni, 25 anni al massimo.

Le sue foto erano ritratti. Erano incontri. Erano taciti assensi. Non rispettava codici. Ogni foto, diceva ai pochi con cui parlava delle sue fotografie, é una storia. Ed ogni storia richiede un approccio diverso. Riecheggiavano nella sua mente le domande inquisitorie del padre, mentore suo malgrado, perché lui, umile e povero fotografo dei morti, non aveva grandi idee e aspettative sul mestiere di fotografo:

Chi sei tu?

Che cosa fai?

Cosa vuoi dalla fotografia?

Lui che a suo padre lo aveva sentito spesso maledire quel mestiere. Lui che ora vedeva i suoi occhi indagatori ogni volta che poteva vedere il suo volto riflesso in uno specchio. Lui sapeva bene, aveva compreso come, in quelle tre domande vi fosse celata la rivelazione del suo peregrinare. Della sua incessante ricerca di storie.

Il fotografo nomade, e le sue storie.

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