Virtú della fotografia sociale

Ieri ho documentato la festa patronale di un barrio confinante a quello che vivo. Santiago Atepetlac, conosciuto piú affettuosamente come Santiaguito, é con Progreso Nacional e Acueducto de Guadalupe, lo sfondo di moltissime delle foto che realizzo per il mio progetto dedicato a i barrios, qui in Messico.

Con l’occasione della festa, tra sabato e domenica (ma continueró anche martedí perché sono in programma ancora eventi) ho ricevuto il miglior abbraccio da parte della gente che vive nel barrio. Sono stato travolto da un’ energia positiva, da una vibrante spontaneitá che immergermi nell’evento é stato assolutamente appagante sia come fotografo che come uomo. E cosí il mio ritorno da Oaxaca non poteva iniziare meglio.

La fotografia di documentazione sociale, quella che gli anglofoni chiamano Social Documentary, é il tipo di fotografia che piú amo fare. Perché non conosco altri generi di fotografia che riescano a offrire un pari grado di coinvolgimento. Ci sarebbe la street photography, mi sembra di percepire qualcuno affermare, ma ragazzi, dissento. La street photography il piú delle volte é chiusa, arroccata nell’esprimere noi stessi, e quella che é la nostra esperienza in strada.

Ora ci saranno quelli pronti a portare esempi, e magari quelli sbagliati, confondendo ancora una volta tra fotografia di strada e fotografia in strada. Peró la documentazione sociale (o chiamatelo fotogiornalismo) é qualcosa di diverso, e qualcosa che ti da cose differenti. Nella mia esperienza ho visto come il fotogiornalismo permetta un maggiore grado di coinvolgimento, ed empatia con un dato tema e i nostri soggetti.

Il fotografo di ogni epoca deve inevitabilmente combattere contro un nemico insidioso ed invisibile: l’ego. E l’ego per un fotografo é di solito, non nascondiamolo, eccezionalmente grande. Soprattutto tra coloro che preferiscono pensare di stare facendo arte. Quello li fa camminare ad un palmo da terra.

Quando affronti certi temi, peró, quando approcci la fotografia in un’altra forma, quando é piú importante la storia che stai raccontando che lo svolazzo artistoide, ebbene, inizi a comprendere che l’ego é una cosa che devi imparare a rendere sempre piú piccola.

Ho potuto vedere, per esperienza diretta, come un certo progetto fotografico di documentazione e denuncia sociale, possa essere in grado di cambiare te stesso. Cambiare il modo di approcciare la vita e gli altri. Modificare perfino il tuo stile di vita. Questo il social documentary riesce a farlo.

Siamo la fotografia che facciamo. E questa é una riflessione interessante, perché se uno decide di fotografare una schiena pelosa piuttosto che presentare una persona in maniera dignitosa, presenta se stesso. E dunque, a parte l’atto goliardico, di quel fotografo mi rimarrá ben poco.

Considero il valore documentaristico di una foto un confine salvifico, non un limite, ma qualcosa che definisce l’essenza di una data immagine.

Me ne riparto per Oaxaca. Saró impegnato in alcuni progetti di documentazione sociale. Lo faccio perché voglio. Lo faccio perché ci credo. Tra qualche giorno ne saprete di piú.

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