Storia di un ritratto

Questa foto fa mostra di sè nella sala della mia casa. Oltre ad essere una foto realizzata in Oaxaca, è anche una che appartiene a uno degli ultimi lavori realizzati in bianco e nero, prima del mio deciso ingresso nella fotografia a colori.

Sto ultimando il mio libro dove dedico una parte al ritratto documentaristico e all’approccio che si dovrebbe avere. A quest’immagine sono particolarmente affezionato: è stata esposta in una galleria d’arte quest’anno, nel corso di un evento ufficiale organizzato da Fujifilm Mexico. E vederla lì a pochi mesi di distanza dalla sua realizzazione, durante l’ultimo Dia de Muertos in Oaxaca, ha suscitato in me fortissime emozioni. Emozioni che, come mi hanno detto, sono riuscite ad arrivare anche a chi l’ha osservata. Vederla in grandi dimensioni, stampata in alluminio, è una storia diversa rispetto a vederla solo attraverso lo schermo di un computer.

Questa foto, molto più di tantissime altre fatte a Oaxaca in oltre due anni di lavoro, mi parla di Oaxaca e della sua magia, del modo di pensare dei Messicani, di rapportarsi alla vita e alla morte. Questa foto simboleggia per me Oaxaca e più in generale il Messico, includendo anche la sua conditio ancestrale, del modo di pensare alla morte che deriva dalla cultura mexica. Questo bambino non è dunque semplicemente un bambino mascherato ai miei occhi, ma molto molto di più.

 

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