Deontologia, reportage, schemi e chiacchiere

Premessa: la foto di questo articolo l’ho scelta perchè si tratta di un lavoro su commissione realizzato per una ONG. E perchè si tratta chiaramente di una foto posata.

Leggo, di nuovo su facebook, una discussione che peraltro sta mantenendo toni civili, lanciata da un collega amico, sull’evoluzione che sta portando il reportage alla ricerca di consensi (likes) a foto costruite, dove i soggetti sono piazzati come si vuole per creare composizioni perfette, che appetiscano le masse. Foto che chiaramente ripercorrono classici della fotografia.

Interpellato in merito io ho risposto che non mi interessa molto giudicare quello che fanno gli altri, ma che comunque apprezzo molte cose di quello che sta facendo un fotografo Italiano nel sud Italia, per essere precisi in Sicilia. Indipendentemente se questo lavoro, legato alla fotografia di reportage sia posata o no. Perchè per me sempre conta la qualità di un’immagine, il suo contenuto, e se poi son supportati anche dalla forma, meglio.

Della deontologia professionale di un fotogiornalista, mi sono espresso molte volte in questo spazio di approfondimento. Però vorrei anche rimarcare il fatto che non bisognerebbe confondere la street photography con il fotogiornalismo. Perchè il fotogiornalismo, da sempre, da che mondo è mondo, si è avvalso sempre di fotografie che sono ritratti, di fotografie in cui i soggetti posano, di fotografie in cui la connessione e l’interazione tra soggetto e fotografo è palesemente mostrata. Pensiamo alle riviste dell’epoca d’ora del giornalismo: Life, National Geographic, e perchè no, anche il nostro Europeo.

C’è poi chi ha sempre avuto un approccio artistico alla fotografia documentaristica. E in un concetto ampio di narrazione visuale, certe barriere ideologiche possono cadere. L’importante é non barare. L’importante é non far passare qualcosa per quello che non é. Se poi non sei un fotogiornalista, sei ancor meno legato a certa deontologia.

Quando sono impegnato nelle mie coperture giornalistiche l’interazione coi miei soggetti è una parte chiave del mio approccio. Molte volte mi trovo a lavorare con persone che sono preparate e sono ben consapevoli della mia presenza. E signori, anche un ritratto per quanto chiaramente posato, può avere ancora delle caratteristiche di spontaneità rilevanti.

Quando ho visto Dylan con le mani sporche di tempera verde, ho chiesto lui di uscire con me dall’aula per fotografarlo. Gli ho chiesto di mostrarmi le mani, e ho fatto un paio di scatti. Io non nasconderò mai quando una foto è stata realizzata in questo modo, chiedendo appunto al soggetto di posare per me. E non ci vedo niente di male in questo. La fotografia di reportage, da sempre, ha vissuto di esempi come questo, e nonostante il più delle volte il mio lavoro sia la ricerca del momento spontaneo, del momento in cui il mio intervento è a livello 0, a parte quello di riconoscere un momento fotografico e fare click, sono perfettamente a mio agio nel realizzare anche fotografie di questo tipo.

Il fotogiornalismo, in particolare, è fatto di momenti di grande condivisione ed interazione coi nostri soggetti. Si raggiungono determinati risultati, insieme ai nostri soggetti, per i quali noi come fotografi arriviamo a socializzare ed empatizzare. Rispetto alla fotografia di strada, il lavoro di un fotogiornalista, impegnato in una documentazione visuale, vive di presenza e di contatto. Se non siete d’accordo con me, vi invito a rivedere tutta la storia e le immagini iconiche, quelle che riconosciamo come tali, del giornalismo visuale. Scoprirete che anche Bresson non era un talebano dell’invisibilità.

Approfitto di questo articolo anche per dichiarare la mia distanza da certe polemiche: ci sono cose molto più importanti al mondo, e c’è un mondo da cambiare lì fuori. Invece che pensare a quello che fanno gli altri, meglio, molto meglio, raccontare, denunciare, mostrare le cose che non vanno e che devono essere migliorate. Sul disagio: ci sono diversi approcci per mostrarlo, e non sarò io, perchè non sono nessuno, a dire con quale sensibilità, approccio o estetica debba essere presentato. Ognuno è padrone del suo raccontare.

 

 

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