Elegia del gonzo

Una delle prime volte che mi imbattei nel termine Gonzo fu colpa di Ted Nugent. Quel Double Live Gonzo! del 1978 mi segnó. Era un doppio LP, con la copertina apribile. La musica era fantasticamente anarchica, sudorosa, solforosa. Dentro ci stavano ritmi ossessivi, canti quasi da pellerossa, chitarre lisergiche. C’era naturalmente quella Cat Scratch Fever che é l’apoteosi del rock ‘n’ roll, almeno per me.

Poi Gonzo fu utilizzato anche per certo porno. Quello di Rocco Siffredi, ad esempio, in cui la protagonizzazione diveniva reale, grazie all’utilizzo di una videocamera che riprendeva in maniera tale da ottenere l’osservatore dentro la scena, per fargliela vivere, in prima persona.

Il mio eroe peró si chiama Hunter S. Thompson…

“Il giornalismo oggettivo è una delle ragioni principali per cui ai politici americani è stato permesso di essere tanto corrotti e tanto a lungo. Non si può essere oggettivi su Nixon.”

Quello é il giornalismo a cui mi ispiro e il quale provo ad applicare. E che ho mutuato anche per un certo approccio fotografico. Lo utilizzo per la fotografia erotica che faccio. Lo propongo spesso con la fotografia di strada, quello sguardo in camera che spesso ho inserito.

Capita che nel giornalismo visuale le cose si complichino. Anche parecchio. Se dici che ti interessa metterci dentro le tue sensazioni personali, senza limitarti ai fatti, sei quasi un eretico, o uno che montato da eccessivo ego, gioca a fare l’artista con cose, persone e fatti con cui non dovrebbe. Non lo so. So che di recente questa gonzo photography di cui mi son fatto promotore ha condizionato il mio lavoro a Oaxaca. Conducendolo almeno un giorno, un maledettissimo giorno, alle estreme conseguenze. C’ero io, e non ero solo io, era un altro me. La mia anima ce l’ho portata dentro, e mi pento. Mi sorprende ancora come abbia potuto il mio cervello stare lí e ancora non starci completamente, eppure essere riuscito a fotografare come so fare. Cazzo.

Le foto stanno lí. Le guardo e mi guardano. Le scruto, in cerca di risposte. Che non trovo. Almeno non completamente. Ad un amico che ho raccontato almeno a grandi linee la storia, quella che non racconteró mai veramente a tutti voi, vale a dire in pubblico, ha parlato di racconto kafkiano. Non so se sia veramente kafkiano, so che ancora non ci ho capito un cazzo. Ma so che é avvenuto un incontro tra reale e metafisico.

Me ne sto qui a battere i tasti di una tastiera, e mi accorgo di essere piú violento del solito nel farlo. Quelli del piano di sopra penseranno che io scriva ancora su una Olivetti. Intanto gli esponenti del giornalismo gonzo non sono mai veramente morti. Almeno non tutti. Fuori piove. Basta cosí. James Ellroy mi chiama nell’altra stanza: passeró una mezz’ora in sua compagnia.

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