Riappropriarsi dell’emotivo in fotografia

Alla fine quello che importa é l’emozione che un’immagine riesce a evocare.

Uso per questo articolo una foto, non a caso, del maestro Mario Giacomelli. Del poeta Giacomelli. La fotografia di Giacomelli che imparai ad amare ad un corso di fotografia grazie al docente, é sempre e costantemente un pensiero che evoca presenze.

Giacomelli é come un ulivo secolare ai miei occhi. Resta, sempre e comunque, la sua fotografia fisica eppure metafisica. Giacomelli é un albero, un solco sulla terra, una scrostatura sulla pittura di una vecchia casa. Giacomelli é tanto fisico e al tempo stesso ultraterreno, abile com’era, com’é, a immergerci sulle soglie del non visibile, tra ombre e bruciature di luce, sfocature e contrasti accesi, percezioni e suggestioni.

Giacomelli resta.

Nella meditazione e nel ricordo faccio le mie analisi. Di questo e quello. Quel che vedo, osservo, e mi rendo conto come la critica visuale si faccia dura, impietosa. Quella critica che non puó affrancarsi dalla memoria. L’invisibile reso visibile. La percezione. Lo stato d’animo. Cosa é una fotografia se non riesce a cogliere l’essenza del non detto? Non tutto dev’essere sbattuto in faccia. C’é giá troppa volgaritá visuale oggi. Indiziato principale é il digitale. Fotografie troppo perfette per avvolgere l’anima. Sollazzano, forse, i palati meno raffinati, ma non a chi dalla fotografia chiede di piú.

L’invisibile evocato é una sfida per chi fotografa. Il viaggio nel poeta Giacomelli mostra case alle pendici di una collina, terreni arati, solchi di terra che si fanno linee geometriche nere e decise su un bianco assoluto. Un viaggio da fare in assoluto silenzio per ascoltare l’anima. Fotografie silenti in grado di evocare emozione, la fragilitá del tempo, del divenire, di luoghi passati e consumati, presenze di memoria, puoi perfino ascoltare le voci di vite fuggite via.

Vi siete mai chiesti sul simbolismo delle vostre immagini? Quanto riescono certe fotografie a superare le fragilitá del tempo? Quanta evocazione c’é attraverso una fotografia? Esiste un tipo di fotografia che punta a far emergere una certa iconicitá, appare sfuggevole agli sguardi non istruiti, che non riescono a coglierne tutta l’essenza. La meditazione su certa fotografia é possibile. Perché é una fotografia che non stanca, non annoia, e parte davvero essenziale diviene l’esperienza nel fissarla, nel perdersi nei contorni, nel coglierne nuove sfumature, nel crearne mentalmente di nuove.

Perdersi nel ritmo, nella sensazione del ricordo, percezione che ne deriva da quel ricordo, sorprendersi a rievocare odori e sapori, la luce cremisi di un ricordo sfocato e che di colpo ti sorprende per divenire, per pochi impercettibili attimi, nitido. Piú osservo, piú vivo l’esperienza fotografica e piú sento di immergermi in qualcosa lontana dallo spazio e dal tempo. Amo coloro che pensano. E amo vedere, anche in fotografia, cogliere l’invisibile, inserendolo dentro la fotografia. Il paesaggio é il paesaggio interiore, e la luce l’essenza traslucida del nostro io. La presenza dei particolari ci conduce nel particolare, nella materia e ancora in un’altra misteriosa, flebilmente percettibile, presenza.

La riappropriazione dell’emotivo in fotografia, per una comprensione piena della poetica dell’immagine é il passo per andare oltre, per attraversare cancelli della percezione che ci conducano ad una diversa metabolizzazione dell’immagine, del suo potere iconografico ed evocativo.

 

Foto: Mario Giacomelli ©

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